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Tanto per ricordarci che ieri era la festa dell’Unità d’Italia e che noi trentini il centocinquantesimo lo avremmo dovuto festeggiare nel 2068, ecco la storia del Werk Valmorbia, chiamato, poi, Forte Pozzacchio. Ma non da tutti. [qui sopra, una fotografia d'epoca del forte]

Forte Pozzacchio, come lo chiamano molti oggi, è un forte austriaco della Prima Guerra Mondiale (qui sopra una planimetria con, visibili, sia le parti esterne che quelle interne e gli angoli di tiro). Il suo nome originale, Werk Valmorbia, si riferisce al piccolo paese, Valmorbia appunto, vicino al quale fu realizzato. Il forte costituiva un elemento della linea difensiva meridionale dell’Impero Austroungarico verso l’alleato Regno d’Italia: gli scaltri austriaci stringono la celebre Triplice Alleanza, ma, nel dubbio, fortificano i confini. Come altri forti dell’epoca, è parzialmente ricavato da una formazione rocciosa, scavata per ottenere gallerie interne e stanze, e rinforzata con elementi aggiuntivi di calcestruzzo armato. Un’opera (werk), un forte (werk: si dice allo stesso modo: ingegneria e arte della guerra) in pratica inespugnabile. Su di una struttura del genere anche le artiglierie a lunga gittata della prima guerra avevano scarso effetto. L’unica soluzione possibile è minare e far saltare l’intera struttura, come si è fatto in altri casi. Il Werk Valmorbia fu però preso dagli italiani il 3 giugno 1915, quando gli Austriaci lo abbandonarono per attestarsi in maniera difensiva su posizioni più arretrate. Poco più di un anno dopo, il 29 giugno del 1916, il forte fu ripreso dagli Austriaci e austriaco rimase, nonostante tutti gli sforzi, fino a guerra conclusa. La solita assurda carneficina di fanteria contro mitragliatori automatici in posizione vantaggiosa. Ma d’altra parte, gli Italiani la guerra la facevano così. [questa qui sotto dovrebbe essere una Schwarzlose mod. 07/12, molto usata dagli austriaci; cartolina d'epoca con un'unita di ricognizione dei Kaiserjäger]

Dopo, la guerra finisce e, per uno di quegli assurdi casi storici, l’Italia vince, con quanto ne segue. Annessione territoriale e, di lì a pochi anni, importazione di coloni, interdizione ai pubblici uffici dei parlanti tedesco, massicci impianti forzati di cultura e lingua italiane sul territorio. Insomma capita ai germanofoni del Regno d’Italia quello che gli italianofoni dell’Impero Austriaco temevano per loro stessi. Un bivio attende anche il Werk Valmorbia: gli viene italianizzato il nome, gli viene cambiata localizzazione. Forte Pozzacchio. Pozzacchio è il paesino che sta dall’altra parte del forte rispetto a Valmorbia. Un caso fenomenale di sdoppiamento semantico, geografico, concettuale. Il tutto fatto con le sole parole, ovviamente.  Emblematico che ancor oggi, su Wikipedia, la pagina del Werk Valmorbia e quella di Forte Pozzacchio non siano nemmeno linkate una all’altra, come se fossero divenuti due luoghi differenti. [qui sotto una veduta aerea del forte]

Un tempo gli abitanti di Valmorbia andavano su al Forte per piantare alberi. La guerra non ne aveva lasciati molti e si cercava di rimediare. Oggi Valmorbia un po’ se ne frega di questo forte che sta là sopra, al quale ha dato braccia per costruirlo e pure il nome. Il nome non è più quello, il comune neppure: nessuna competenza giuridica, nessun obbligo morale. Credo che Valmorbia non abbia nemmeno questa gran voglia di ricordare e celebrare. Non che a me siano mai stati simpatici questi sacerdoti della memoria, che non si perdono mai un centerario, un giubileo. La memoria è solo un igombrante massa di roccia di calcare e calcestruzzo.

Ebbene giuro che questa mi era sempre sfuggita: si celebrerà nel prossimo week-end a Moena, ridente località montana della Val di Fassa, la FESTA DELLA TURCHIA. E non è uno scherzo. La leggenda vuole che il rione chiamato Turchia prenda il nome da un disertore qui rifugiatosi durante l’assedio di Vienna, nell’anno 1683. Il Turco in questione sarebbe stato trattato con tanta gentilezza (?) che avrebbe deciso di stabilirsi qui per sempre. Pare che la zona sia sin dall’antico decorata a tema orientale, compresa la fontana che sfoggia una bella testa con baffi e turbante (qui sopra in foto).

Ogni anno, all’inizio di agosto, al cadere di un antico periodo carnevalizio, gli abitanti del rione si travestono da Turchi e ci danno dentro con i festeggiamenti. Recentemente si è pure costituito un gruppo, il Grop de Turchia. Io, volendo associarmi al momento al curioso comitato, ho cercato altre notizie oltre a quella linkata, ma poco altro si trova, e di un sito/blog nemmeno la traccia… peccato…

Qualcuno ha proposto che i lavoratori si prendano una giornata libera il venerdì, così da poter partire la mattina o ancora meglio giovedì sera. In questo caso, come giustamente mi fa notare mio padre, attenzione perché il 5 d’agosto cade la cosiddetta Madonna della Neve. Trattasi di un’imprevista nevicata che avrebbe luogo in questa data per opera della Madre di Dio; la prima volta accadde nel IV secolo per poi ripetersi secondo necessità. A Rovereto fu all’inizio del Settecento, quando la miracolosa nevicata protesse la città da un attacco francese. Catene a bordo, dunque, perché la Nostra Signora di sicuro tenterà di difendersi da cotanta carovana di pseudo-cattolici, atei, pagani ed eretici vari. Altra notazione logistica (sempre suggerita dal buon babbo): occhio perché giovedì tutti i negozi ed esercizi vari saranno chiusi.

jesus_zombie_shirt

Si sa com’è cominciata: una gita in montagna, così, per divertirsi, rilassarsi un po’, in compagnia. Almeno per qualche giorno lontano dalla folle civiltà, piena di rumore e di caos.

Ma se fossimo stati in città avremmo saputo…

Invece nulla. Niente cellulari… nessuno ci poteva chiamare.

Niente televisioni e quindi nessuna notizia… Solo rumori in lontananza che scambiammo per il lento e monotono scorrere del traffico…

Il primo fu Matte. Cristo: non capimmo nulla, all’inizio. Non si era sentito molto bene. ‘Un po’ di febbre, probabilmente’ io dissi. Avevo più che altro voglia di farmi una bella camminata. Bellissima giornata: nessuna nuvola in cielo, ma quel poco di vento a rendere l’ara più fresca e frizzante. Lasciammo Matte nella baita e cominciammo il giro.

Si era partiti da poco quando si sentì uno stridio di rapace provenire dal cielo. ‘Che fortuna-dissi- credo che sia un aquila, non se ne vedono molte!’ Ma subito dopo un caldo fiotto di sangue mi coprì la faccia. Era accaduto tutto così in fretta… che solo dopo riuscii a capire: avevo visto l’aquila calare come un fulmine e staccare di netto la testa di Fra, che era finita rotolando metri distante. Il cadavere aveva oscillato un po’, poi era caduto. Ora la vedemmo bene. Le lunghe ali coperte di sangue, gli artigli impigliati nelle interiora. Ma notammo anche gli occhi bui, e un’enorme squarcio nel torace, con le costole appuntite che sporgevano. Che cazzo era quell’affare?

Giulio disse, con voce tremante: ‘Zo-zombie…!’

Stefano, cavando da non so dove un pezzo di legno, trafisse l’aquila per la schiena; ma quella se ne rimase là, a sbattere stupidamente le ali come niente fosse…

‘Ma per la puttana, Stefano! –disse Giulio- Non è un fottuto vampiro! E’ uno zombie: il paletto nel cuore non gli fa un cazzo!’ E, avvicinandosi alla bestia, schiacciò la testa sotto il suo scarpone. ‘Merda! Zombie animali! E non sembrano per niente lenti’ aggiunse.

‘Dobbiamo tornare subito alla baita’ io dissi ‘credo che…’ ma le urla simultanee di Stefano e di Giulio mi impedirono di proseguire. Qualcosa di scuro era uscito dal petto di Giulio, e qualcos’altro dalla pancia di Stefano, spargendone le budella per terra, con un suono viscido e sordo. Quegli oggetti scuri si ritrassero, lasciando scivolare via i cadaveri dei miei amici. Divise verde sbiadito, gambe fasciate fino al ginocchio. Fucili arrugginiti con baionette nere per il tempo e rosse per il sangue, all’estremità. Sguardi poco più che scheletrici che mi guardavano da sotto degli elmetti trafitti di proiettili.

Credo che per un attimo persi la ragione, e mi misi a correre senza sapere dove andassi. Quando tornai in me ero davanti alla baita. La luna, indifferente, illuminava tutto come se fosse l’alba. La baita. Con Matte all’interno. Matte. Sì, finalmente avevo capito. Nel pomeriggio si era lamentato per una puntura di un insetto. Non un insetto qualsiasi. Prima di entrare passai nella legnaia, dove c’era qualcosa che mi sarebbe servito.

Mi avvicinai piano. Era sveglio. Mi guardò con occhi cerchiati e assenti, alzò verso di me la mano. Tentò di dire, debolmente: ‘Luca…. Aiutam…..’ Ma l’ultima cosa che vide fu l’ascia che gli ficcai in profondità nel cranio.

E siamo arrivati ad ora. Lo sento. E’ qua fuori; l’avevo visto mentre scappavo via: un enorme orso tutto lordo di sangue. Mi ha fiutato e non ha smesso di seguire il mio odore, fin qui. Sento mentre raspa con i suoi artigli sulla porta. Forse sopravvivrò a questo, ma poi? Scrivo questa nostra storia perché un giorno forse qualcuno potrebbe trovarla, non so, se questa maledetta umanità ci sarà ancora. In un cassetto ho trovato un vecchio revolver. Un colpo solo.

Fanculo.

malga dei risorti

Attraverso il muro sento il rumore dei vicini che fanno una festa, vociare, brindisi, risate. Dall’altra parte una televisione accesa, forse una coppia di fronte a un action movie. Dietro la testa un dialogo sommesso, quasi sussurrato. E altre voci che si accavallano, indistinguibili, troppo basse o troppo distanti.
Sto sognando?
Ho gli occhi chiusi. Sento il pavimento freddo della malga, il respiro pesante dei miei compagni di viaggio. Ora il cervello è sveglio, l’orecchio è teso, cerco di capire come mai sento tante voci intorno.
Siamo accampati nel mezzo del nulla, i primi insediamenti umani ad almeno 30′ di strada. Abbiamo messo a terra un paio di tavoli e fatto un riparo con i k-way, dentro una specie di porticato di fronte al piazzale.
E’ solo paura, non sono abituato a dormire all’aperto, nè così lontano dalla civiltà. Decido di aprire gli occhi e scacciare via i cattivi pensieri. Intorno è molto buio ma ci metto poco ad abituarmi, vedo i k-way, il soffitto del porticato, il tavolo di fronte a noi. Non c’è molta luna ma è abbastanza chiaro per vedersi intorno.
Sono scomodo, ho caldo. Ricordo che il mio sacco a pelo resiste a -4° mentre io sono completamente vestito e fuori ci saranno 20°, sono dentro una fornace e mi sto sciogliendo in un bagno di sudore. In preda al panico mi metto a sedere e decido di andare a darmi una rinfrescata alla vicina fontana.
Allora mi accorgo di una cosa strana. Il mormorio che sentivo mentre sognavo sta continuando. E’ come se tutto intorno a noi ci fossero delle pareti e oltre quelle pareti si trovassero persone, stessero succedendo delle cose.
E’ un incubo, solo un incubo. Devo rimettermi a dormire, così mi giro e mi stendo sul sacco a pelo. E mentre mi stendo, mentre sto per richiudere gli occhi, l’ho fatto, getto lo sguardo oltre il tavolo, verso il piazzale di fronte alla malga, e allora LI vedo.
E’ stato per una frazione di secondo, non voglio crederci, ma sono TUTTI lì. Ombre inconsistenti assieme a concretissimi cadaveri logorati dal tempo, stanno dicendo qualcosa, sembrava stessero parlando, ma non rivolti a qualcuno, da soli. Non sono riuscito a capirli, non voglio capirli.
Sono TUTTI voltati verso il porticato. Stanno TUTTI guardando verso di noi. MI hanno visto.