
Si sa com’è cominciata: una gita in montagna, così, per divertirsi, rilassarsi un po’, in compagnia. Almeno per qualche giorno lontano dalla folle civiltà, piena di rumore e di caos.
Ma se fossimo stati in città avremmo saputo…
Invece nulla. Niente cellulari… nessuno ci poteva chiamare.
Niente televisioni e quindi nessuna notizia… Solo rumori in lontananza che scambiammo per il lento e monotono scorrere del traffico…
Il primo fu Matte. Cristo: non capimmo nulla, all’inizio. Non si era sentito molto bene. ‘Un po’ di febbre, probabilmente’ io dissi. Avevo più che altro voglia di farmi una bella camminata. Bellissima giornata: nessuna nuvola in cielo, ma quel poco di vento a rendere l’ara più fresca e frizzante. Lasciammo Matte nella baita e cominciammo il giro.
Si era partiti da poco quando si sentì uno stridio di rapace provenire dal cielo. ‘Che fortuna-dissi- credo che sia un aquila, non se ne vedono molte!’ Ma subito dopo un caldo fiotto di sangue mi coprì la faccia. Era accaduto tutto così in fretta… che solo dopo riuscii a capire: avevo visto l’aquila calare come un fulmine e staccare di netto la testa di Fra, che era finita rotolando metri distante. Il cadavere aveva oscillato un po’, poi era caduto. Ora la vedemmo bene. Le lunghe ali coperte di sangue, gli artigli impigliati nelle interiora. Ma notammo anche gli occhi bui, e un’enorme squarcio nel torace, con le costole appuntite che sporgevano. Che cazzo era quell’affare?
Giulio disse, con voce tremante: ‘Zo-zombie…!’
Stefano, cavando da non so dove un pezzo di legno, trafisse l’aquila per la schiena; ma quella se ne rimase là, a sbattere stupidamente le ali come niente fosse…
‘Ma per la puttana, Stefano! –disse Giulio- Non è un fottuto vampiro! E’ uno zombie: il paletto nel cuore non gli fa un cazzo!’ E, avvicinandosi alla bestia, schiacciò la testa sotto il suo scarpone. ‘Merda! Zombie animali! E non sembrano per niente lenti’ aggiunse.
‘Dobbiamo tornare subito alla baita’ io dissi ‘credo che…’ ma le urla simultanee di Stefano e di Giulio mi impedirono di proseguire. Qualcosa di scuro era uscito dal petto di Giulio, e qualcos’altro dalla pancia di Stefano, spargendone le budella per terra, con un suono viscido e sordo. Quegli oggetti scuri si ritrassero, lasciando scivolare via i cadaveri dei miei amici. Divise verde sbiadito, gambe fasciate fino al ginocchio. Fucili arrugginiti con baionette nere per il tempo e rosse per il sangue, all’estremità. Sguardi poco più che scheletrici che mi guardavano da sotto degli elmetti trafitti di proiettili.
Credo che per un attimo persi la ragione, e mi misi a correre senza sapere dove andassi. Quando tornai in me ero davanti alla baita. La luna, indifferente, illuminava tutto come se fosse l’alba. La baita. Con Matte all’interno. Matte. Sì, finalmente avevo capito. Nel pomeriggio si era lamentato per una puntura di un insetto. Non un insetto qualsiasi. Prima di entrare passai nella legnaia, dove c’era qualcosa che mi sarebbe servito.
Mi avvicinai piano. Era sveglio. Mi guardò con occhi cerchiati e assenti, alzò verso di me la mano. Tentò di dire, debolmente: ‘Luca…. Aiutam…..’ Ma l’ultima cosa che vide fu l’ascia che gli ficcai in profondità nel cranio.
E siamo arrivati ad ora. Lo sento. E’ qua fuori; l’avevo visto mentre scappavo via: un enorme orso tutto lordo di sangue. Mi ha fiutato e non ha smesso di seguire il mio odore, fin qui. Sento mentre raspa con i suoi artigli sulla porta. Forse sopravvivrò a questo, ma poi? Scrivo questa nostra storia perché un giorno forse qualcuno potrebbe trovarla, non so, se questa maledetta umanità ci sarà ancora. In un cassetto ho trovato un vecchio revolver. Un colpo solo.
Fanculo.