Rappresentazioni dell’irrappresentabile

Posted by sig. K on novembre 28, 2009 at 2:48 pm | Filled Under: artificio, iconirismi, rappresentazione| No comments

animale e vegetale

Non sono nemmeno le nove del mattino, ti sfoglio l’Internazionale cercando di far passare il tempo in treno… ed ecco: una bella scena di ammazzamento. Chi legge regolarmente o saltuariamente questo giornale sa che tra le prime pagine ce ne sono alcune dedicate a reportages fotografici a doppia pagina. Quest’oggi, tra le altre, uno scatto della scena di una strage a sfondo politico nelle Filippine. La fotografia purtroppo che ho utilizzato qui sopra non è la stessa ma rende l’idea. In effetti non ho capito subito cosa mi aveva affascinato: se l’escavatore al lavoro (si vede anche qui) che fa pensare più ad un cantiere che ad un luogo del crimine. Oppure i soldati (qui non si vedono) che rimuovono i cadaveri: così distaccati e inumani nelle loro uniformi tutte uguali, così umani, con foulard coloratissimi probabilmente raccattati qua e là, tirati sulla bocca per non sentire il fetore. No. Non è stato tutto questo. Sono state quelle incredibili foglie di palma che coprono quasi interamente i corpi. Foglie enormi per noi europei, da Eden, da palude preistorica. Qualcosa che è più grande di te, essere umano, e che ti ingloba. Come se fossero bozzoli. O la mano della Natura che alla fine della vita, gentile e indifferente, ti riprende con sè. Nella terribile tragedia che l’obiettivo umano svela, c’è qualcosa di confortante, quasi una sorta di consolazione, in quelle forme verdi e ondulate. La morte, in questo senso, non diventa che una piccola parte che costituisce un tutto più vasto. In ultimo sei parte di un esistere esteso, che ti avvicina all’erba, alle nuvole, alla terra rossa sullo sfondo. Ecco invece nella mano guantata di lattice dei soccorritori il terrore del contagio e della morte, il tabù dal quale dobbiamo proteggerci e che va inoltre negato.

Non mi ricordo più dove ho letto l’ipotesi di alcuni antropologi sulla nascita della sepoltura. Non si tratterebbe in effetti di una pia usanza, introdotta per far sì che gli animali non sbranino le carni di un proprio compagno; piuttosto sarebbe una misura “preventiva” per far sì che la persona non possa “tornare indietro”. Un’usanza, dunque, che non nasce nel segno dell’affetto e del compianto, ma nel segno del terrore. Porre un vincolo fisico e visivo tra noi e il morto significa stabilire una soglia impenetrabile che ci tiene al sicuro. La stessa cosa la facciamo oggigiorno, cercando di stabilire dei criteri “scientifici” per capire quale possa essere il limite tra vita e morte. E non ditemi che nei mesi scorsi non se n’è parlato, in merito all’eutanasia. Siamo ancora fermi là, a mettere pietre sui morti perché non tornino dall’aldilà, con la sola differenza che abbiamo reso ancora più terribile il tabù legato alla presenza del cadavere, proiettandolo in una dimensione bianca e asettica da obitorio. Bianchi i guanti dei paramedici. Bianchi i teli che si stendono sui cadaveri. Qualcosa che sta a metà tra un panorama ghiacciato e il bancone di marmo di una macelleria. Qualcosa che vorrebbe bandire l’orrore ma ne evoca di peggiori: orrori non più visti ma solamente pensati, intuiti sotto la trasparenza di un lenzuolo bianco. Qualcosa che vorrebbe nascondere ed invece è la prima cosa di cui ti accorgi quando ti sbattono in faccia immagini di morti sul lavoro, di incidenti automobilistici, di rivoluzioni mancate. Il bianco è sempre lì, a ferirti gli occhi e a ipnotizzarti. Così nell’opera di Cattelan chiamata “All” (tutti), dove il telo realizzato in candido marmo di Carrara ricorda monumenti funebri e sculture barocche e tardo-barocche, di cui forse  l’esempio più celebre è il cosiddetto Cristo velato di Napoli 8opera di Giuseppe Sammartino). Non a caso il Barocco è non solo uno dei movimenti artistici in cui la morte diventa soggetto preponderante di rappresentazione, ma pure in cui questa rappresentazione oscilla tra analisi mimetica del soggetto e negazione assoluta della vita: la materia utilizzata nella maggior parte dei casi non finge di essere qualcos’altro, ma ad un certo punto si rivela come se stessa. Qualcosa di freddo e morto, in un macabro gioco tra finzione e svelamento.

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