Meglio tardi che mai: ultimi giorni/ideologie in saldo/non perdetele!!!

Pare che, di tanto in tanto, mio nonno paterno facesse allusioni ad uno strano viaggio fatto verso Oriente. Era la fine della Prima Guerra, e lui, prigioniero in Russia, parte per tornare a casa. Un recente libro confemerebbe le sue parole (Quinto Antonelli, I dimenticati della Grande Guerra, Trento 2008, p. 202 e segg.): un contingente di prigionieri di circa 25.000 unità (metà dei quali Trentini) avrebbe preso un periglioso tragitto attraverso Russia e Cina fino a Pechino con la Transiberiana. Di là in nave attraverso l’indonesia, doppiata Ceylon, la Penisola arabica, passato il canale di Suez e dunque Adriatico, infine Trieste. C’è tutto un pullulare di questi tentativi storiografici di riempire le tante zone d’ombra delle nostre piccole storie quotidiane, familiari, microstoriche; questo mi riporta al commento del collega sociologo al mio penultimo post. Come se avessimo paura ad ogni istante di perdere sempre di più quei piccoli frammenti che compongono il passato.

Da parte di mia madre se la passarono anche peggio: abitavano infatti molto più vicino al confine tra Regno italico e Impero. Ma non ho mai chiesto nulla a mia nonna materna di quello che aveva visto. Piuttosto stavo ad ascoltare, quando aveva voglia di raccontare. Poco prima di morire aveva rilasciato un’intervista che è stata riportata in un libro (Aa. Vv., Pozzacchio, al sua gente, il suo forte, Trento 2009), in una maniera che sarebbe addirittura ridicola, se non mi ferisse in prima persona come suo ultimo erede. Altro che metodo storiografico; anzi, sì, metodo storiografico da Alto Medioevo. Racconto in prima persona con stile volutamente narrativo, traduzione in italiano dal dialetto assolutamente arbitaria, senza spiegare mai in che modo si è alterata o interpretata la fonte primaria. Ovverosia la voce di mia nonna. Ho letto quelle parole e non ci ho trovato nulla di lei.

Siamo in vena di riscoperte, l’avete già capito. Mi pare che sia più una faccenda di cattiva coscienza che non di storiografia. O peggio ancora, di ideologia. A breve il Trentino celebrerà i suoi presunti 11.400 caduti che, a guerra finita, non vennero riconosciuti né da una parte né dall’altra. Poeticità a kilogrammi ovviamente, poichè l’ideologia non si può mai scindere da una forma aulica quanto vuota. Nel cuore nessuna croce manca. Questo il titolo. Incredibile come meno retorica vorresti fare, e più ne fai. In fondo ciascuno pensa di essere migliore di chi è venuto prima, e non è così. Questo è il nostro maggiore peccato: questa presunzione che non ci lascia mai. Bizzarria finale: il fulcro delle “commemorazioni” sarà nei giorni di carnevale. Più che bizzarro, macabro. Verranno letti i nomi dei caduti. Tra quelli anche il nome di mio bisnonno materno. Morto a centinaia di chilometri da casa. Sepolto a Vienna. Dimenticato da tutti, o quasi. Non da noi. Lui era nato cresciuto tra le montagne e tra le cose che vivono e sono verdi: questo voglio ricordare. Diglielo, dì loro quel che si meritano. No, tu forse eri troppo gentile per farlo. Lo faccio io per te. Lo dico io. Andate affanculo voi che avete voglia di celebrare e commemorare in ritardo, voi che avete voglia di leggere nomi e commuovere i vostri animi delicati, voi che vi deliziate nel fare gesti nobili e simbolici. Non serve a nulla per loro che sono morti. Domenico assieme ai suoi compari mi chiede di essere lasciato in pace, di non essere chiamato in causa. Basta nomi su una lista, qualunque essa sia.