Jackson Pollock e i miei jeans

Non che io ami molto i jeans, terribile segno dell’omologazione dei nostri tempi, molto più di iPod e qualunquismo. Ma. Ieri, seduto, notavo con stupore la sfumatura del tessuto dei jeans che stavo portando. Una chiazza scolorita nel tessuto, un alone digradante, perfettamente digradante, da metà della coscia al ginocchio, degno del migliore Rothko. Perché oggi la decorazione non è più fatta di elementi fitomorfi ritorti, ma di difetti. Meglio, di quello che un tempo era considerato un difetto: come, ad esempio, un tessuto sdrucito. Che, a ben guardarlo, senza pregiudizi estetici, ha un valore visivo di indubbio interesse: manifesta una materia in trasformazione, non omogenea, e che, soprattutto non sta “fingendo”. Mi ricordo un caso estremo, anni fa, di una ditta che produsse jeans con dei dripping, tanto che sembravano sbavature di colore alla Pollock. La rottura, la distorsione, persino il difetto tecnico sono oggi molto apprezzati nell’ambito artistico, anche dal punto di vista tecnico. L’errore rivela molto di più che non la perfezione. Una perfezione che, peraltro, è tutta presunta, e mai presente: una mera tensione alla perfezione. La quale manifesta quasi più la distanza dalla perfezione (la mancanza, l’errore) che non la perfezione stessa. In fondo non è molto differente essere un uomo del XXI secolo e ammirare le crettature di un quadro di Burri, oppure essere un uomo del XVI secolo e guardare un paesaggio con delle rovine. Un gusto tutto volto alla dissoluzione, all’oggetto che ha perso la sua completezza, o che non l’ha mai avuta. Ammirare il segno che il passare del tempo lasciua sulle cose, e, a volte, portarlo su di noi come si porterebbe una divisa.