Metamorfosi del reale

Non molto tempo fa, ad una mostra milanese dedicata ad Arcimboldo, si vedevano alcune ceramiche delle celebri produzioni di Bernard Palissy. Al Louvre ne trovate uno stanzone intero, e qui sopra un esempio (verso la metà del XVI sec.). Vetrine e vetrine di vassoi, piatti, brocche, ciotole che sembrano già piene di cibo, o parzialmente occupate da ospiti non sempre appetibili. Un vero peccato non vederli utilizzati, questi contenitori. Tento di immaginare il pesce appena pescato che si confonde con il pesce di ceramica, nello spazio che sono costretti a condividere. In questo slittamento tra ciò che è Naturale ciò che è Artificiale, sta tutto lo spirito del Manierismo: abbattere il confine per mostrare che non vi è nessuna opposizione. Tutto è Natura, oppure, come si sarebbe detto qualche secolo dopo, tutto è Arte.

Tuttavia, sarebbe sbagliato dire che la posizione è una compatta riflessione estetica sul ruolo dell’arte. La confusione tra i generi produce soprattutto lo scherzo, l’inatteso, il meraviglioso in quanto labirintico humor. Labirinti reali con spruzzi d’acqua oppure labirinti mentali costruiti con i rebus. Il cinquecento Manierista è la palestra per il “senso di spirito”, lo “spiritoso”  dei due secoli successivi. Il mutare di un materiale in un altro, la metamorfosi, il camuffamento, la finzione cominciano con una mela fatta di marmo (qui sotto, due mele e una pera di marmo, dalla Wunderkammer di Schloss Ambras, seconda metà del XVI sec., forse manifatture italiane; oggi al Kunsthistorisches Museum di Vienna) e finiscono con un palazzo che si trasforma in scogliera marina (qui sopra un dettaglio di questa trasmutazione: la settecentesca Fontana di Trevi, che si adagia su Palazzo Poli e lo “trasforma”; terminata nel 1762, dopo oltre 120 anni dall’originario progetto berniniano e una complessa vicenda costruttiva).

Il mondo antico, quello greco e poi greco-ellenistico, aveva già meditato a lungo su tutte queste faccende, sin dai tempi dell’aneddoto riferito ad una gara di pittura:

“Si dice che [...] Parrasio sia venuto in competizione con Zeusi, il quale presentò un dipinto raffigurante acini d’ uva: erano riusciti così bene, che alcuni uccelli volarono fin sulla scena . Lo stesso Parrasio, a sua volta, dipinse un drappo, ed era così realistico che Zeusi – insuperbito dal giudizio degli uccelli – lo sollecitò a rimuoverlo, in modo che si potesse vedere il quadro. Ma non appena si accorse del suo errore, con una modestia che rivelava un nobile sentire, Zeusi ammise che il premio l’aveva meritato Parrasio. Se infatti Zeusi era stato in grado di ingannare gli uccelli, Parrasio aveva ingannato lui, un artista.”

(Plinio il Vecchio, Nat. Hist. XXXV 65-66. Si noti che Zeusi visse nella seconda metà del V sec. a. C, Plinio nel I sec. d. C: qui sotto frutta e verdura votive in terracotta del medesimo periodo, nel Museo Nazionale di Taranto: in mezzo a questa anche una capsula di papavero da oppio).

L’arte greca era non solo un’arte mimetica nel senso che tentava di imitare il reale, ma nel senso che aveva accettato pienamente il suo ruolo di gioco imitativo, di sfida intellettuale-visiva. Lo scontro tra Zeusi e Parrasio, per come ci viene descritta, più che un certame di pittura ricorda una battaglia di arguzie, regolata da un settecentesco bon ton. Si ammette la sconfitta, l’oggetto rimane al di là della manipolazione, chiuso all’interno del suo essere rappresentato (qui sotto un piatto da pesce dal Museo Jatta di Ruvo, Puglia, IV sec. a. C). Tenterai di predere quel calamaro così invitante, ma non ci riuscirai, caro il mio Zeusi.

Il cibo, in particolare modo, si presta a questa ambiguità proprio perché oggetto utilitaristico, oggetto della nostra fame necessaria, e dall’altra parte oggetto di ritualità e cultura, oggetto ri-elaborato e ri-presentato (a tavola, nel dipinto). Il cibo è dunque in posizione mediatrice tra Natura ed Arte, sia esso mangiato, cucinato, rappresentato (qui sotto l’esterno di un ristorante giapponese: copie in plastica del cibo che si mangerà all’interno vengono mostrate in vetrina).

Sarebbe troppo facile dire che ogni civiltà si auto-rappresenta nel proprio habitus legato al cibo, al cucinare, al nutrirsi (tutte cose vagamente diverse l’una dall’altra, queste ultime). Diremo allora che ogni civiltà si auto-rappresenta nel modo (tipologico, stilistico, iconografico) e nei materiali con cui rappresenta il proprio cibo. Perché in materia di cibo possiamo permetterci auto-ironie che non verrebbero accettate, se applicate ad altre branche della cultura, come per esempio (chessò) la letteratura o la religione. Insomma, con buona pace di Feuerbach, l’uomo non è quello che mangia, l’uomo si specchia nel modo in cui rappresenta ciò che mangia.