Godard e Malaparte

Comincio, quasi svogliato, a vedere Le Mèpris di Jean-Luc Godard. Al secolo, Il disprezzo. Preferisco riferirmi alla versione francese in quanto quella italiana, pur essendo il film una produzione franco-italiana, andò incontro ad una censura a tutto campo, non solo riguardo a scene considerate troppo erotiche o troppo politiche, ma pure riguardo ad alcune scelte registiche. Un censura che si può quasi considerare a tratti un rimontaggio del film, una manomissione quasi radicale dell’originale, rinnegata dallo stesso Godard (nella pagina italiana di Wikipedia alcune note su questa versione; qui sotto, in una fotografia di scena, Godard dirige la Bardot sul set de Il disprezzo).

Ma non è di censura che voglio parlare. Nonostante la mia perplessità iniziale, apprezzo decisamente il film durante la visione. E ad un certo punto incontro un ospite inatteso, Curzio Malaparte. A dire il vero, non esattamente lui, sebbene nel film non manchino personaggi che interpretano se stessi, come un incredibile Fritz Lang che interpreta Fritz Lang. No. Curzio Malaparte appare atraverso quello che si può considerare un suo feticcio, una sua rappresentazione: la sua villa a Capri, che offre alcuni set per il film, nella parte finale.

L’edificio, è di una semplicità incredibile: con una forma che è stata paragonata a vari oggetti marini (un remo, una barca), è un volume dalle linee compatte che si sviluppa sopra una cengia di roccia a picco sul mare. Un grande corpo parallepipoidale con pochi ambienti seguito verso il retro da un elemento triangolare inclinato che funge pure da ampia gradinata per portare alla terrazza/solarium. Questa è quasi completamente sgombra, salvo un piccolo muricciolo ricurvo che la chiude parzialmente in maniera gentile e inconclusa.

  

All’interno, l’ambiente più interessante è forse la grande sala del primo piano, con ampie finestrature che si aprono in maniera immediata sul paesaggio, sezionandolo in maniera netta, come farebbe una camera oscura, o una cinepresa. Di fatto, più che finestre, si mostrano con la qualità delle più antiche pitture cinesi di paesaggio (subito sotto: veduta di una delle finestre del salone; più in basso: Ma Yuan, Paesaggio, fine XII-inizi del XIII sec., dipinto su seta, Metropolitan Museum of Art, NY).

Tradizionalmente si attribuisce la villa all’architetto Adalberto Libera, grande teorico e progettista del cosiddetto movimento razionnalista: uno dei più rilevanti architetti italiani  durante e dopo il Ventennio.  Tuttavia appare chiaro, anche grazie alla critica recente, che il rapporto Liberta-Malaparte si conclude nel 1938 dopo una serie di screzi per non riallacciarsi mai più. Di Libera, quindi, sono solo alcuni schizzi iniziali, mai seguiti nella concezione delle forme attuali. In sostanza, sarà lo stesso Curzio a gestire la progettazione del cantiere, con la stretta collaborazione di maestranze locali di formazione tradizionale.