Settecento/Ottocento e l’infinita ricerca delle Età dell’oro

Riporto quanto scritto da Starobinski all’inizio del suo “L’invenzione della libertà/1700-1789″, che mi pare adattarsi perfettamente a quanto dicevo nel post precedente. L’ho letto giusto oggi:

L’Europa borghese, sin dal secolo successivo [s'intende l'Ottocento], ha fantasticato su un Settecento elegante e frivolo, libero di costumi, vivo di spirito, votato colpevolmente e deliziosamente a feste spensierate. L’età del ferro dell’industria e delle rivolte democratiche vedeva sparire dietro di sè un’età dell’oro infiocchettata e mascherata [...]. A partire dal 1850, il disagio e la falsa coscienza delle classi agiate elaborarono una loro filosofia della storia sotto la forma di una mitologia dell’Ancient Régime [...]. La Rivoluzione, per questi borghesi che le devono tutto, è la breccia da cui il male è entrato nel mondo. (p. 15 dell’ed. Milano 2008)

Le arti figurative sono un’ottima visualizzazione, per loro stessa natura, delle istanze di un certo luogo e di un certo tempo. Sono poche le epoche in cui gli uomini sono stati appagati da loro stessi, e si potrebbe dire che ciò è proprio il motore della storia stessa. Eppure spesso questa ansia del diverso non si rivolge verso un diverso che è l’inesplorato, lo sconosciuto: piuttosto si rivolge verso un Passato che è più il frutto di una arbitraria costruzione proiettiva. Un Passato che viene caricato emotivamente di rimpianti, nostalgie, desideri considerati irrealizzabili nell’evo presente. Ecco dunque che l’Ottocento, un periodo che si considera fin troppo serio, guarda con sospetto e con invidia pruriginosa il Settecento. Ma accade volentieri il contrario, che, cioè, certe culture, oppure certi individui appartenuti a certe culture, ritenendo troppo libera e licenziosa la propria, cerchino all’indietro la moralità e l’ordine del buon vecchio tempo antico. Un esempio celebre? Platone disprezzava l’arte del proprio tempo. Sì, proprio quella: l’arte che noi abbiamo definito Classica per eccelleza. L’arte sulla quale abbiamo basato (più o meno) duemila anni di esperienze artistiche e di civiltà. Platone aveva i propri buoni motivi per credere ciò, tutti in linea con il proprio sistema filosofico. All’Arte Contemporanea (quella contemporanea a lui) preferiva quella Egizia, inalterabile, eterna, perfetta. Un po’ come oggi si schifa la bennota vacca tagliata a favore degli osannati Impressionisti, che fino all’altroieri erano schifati pure loro. Alcuni hanno sostenuto che l’artista preceda il proprio tempo, qualunque cosa voglia dire questa frase un po’ vuota. E’ scorretto, in ogni caso. Diciamo piuttosto che è il gusto ad adattarsi con più incertezza. La cosiddetta opinione pubblica ci mette circa un secolo a modificarlo. Ovverosia il tempo che un certo artista muoia, che gli vengano tributate due o tre mostre importanti, che gli vengano dedicati almeno due saggi rilevanti, che le quotazioni salgano decisamente, e che passino poi tre o quattro decenni. E il gioco è fatto: l’Artista Classico è pronto. Sale e pepe q.b.

didascalia: a proposito di Ottocento che invidia il Settecento, l’immagine in alto è un’illustrazione dall’eloquente titolo di “Un elegante del 1725″ tratta da un curioso libro, una “Storia delle mode dagli Etruschi al 1854″ (p.50), stampata a Milano nel 1855 “Presso l’Ufficio del COrriere delle Dame”