Opera al nero

Eppure c’era un tempo in cui amavo vestire di nero. Niente di strano per un figlio della tradizione cattolica, i cui ministri vestono questo colore: colore come rinuncia a tutto ciò che è vitale e colorato. Non una fuga verso i ghiacci eterni e i regni di nuvole del bianco. Nero come un buco astronomico, una voragine evidente nel tessuto colorato del mondo, e un’accusa: un’accusa a tutti gli altri per il loro essere variopinti, e felici. Nero, colore di chi è sempre in lutto per il fatto che il mondo invecchia prima (mundus senescit), e poi muore. Curioso che non sapessi nulla di punk (torno indietro nella storia), metal, fascisti, anarchici, romantici, melanconici post-rinascimentali e rinascimentali. Mi ci sarebbe voluto un lungo percorso al contrario per capire le mie origini coloristiche, che avevo abbracciato quasi inconsciamente, come una tradizione, che sai essere tua, senza saperne la provenienza, o la storia. Un lungo percorso che mi avrebbe ricondotto alla malinconia italiana del Cinquecento, ai ritratti bronzineschi (qui sopra un ritratto di Bronzino ad un giovane sconosciuto, del MOMA) e lotteschi di giovani in nero, alle mode spagnoleggianti e all’inglese. Tutti i colori del nero, catalogo di una mostra tenutasi anni fa a Milano, al Museo Poldi Pezzoli, segue i presupposti teorici e le conseguenze estetiche dell’uso del nero in queste epoche più alte. Nero come colore della bile nera (melen-cholia), come colore dell’uomo di arte e scienza, che si dipinge del colore della notte, nella quale si trova così a suo agio: lontano dagli sfarzi delle corti che pure frequenta, serio e silenzioso, sdegnoso e superiore, protetto non da un’armatura di ferro ma di colore, che allo stesso tempo lo mette al sicuro e lo allontana da tutto. Poco più tardi i primi studi di ottica avrebbero spiegato che in effetti il nero non è propriamente un colore: si limita ad assorbire tutta la luce che ha la sventura di cadervi sopra. Non ne riflette nulla. Eppure un simile nero perfetto non esiste, e chiunque abbia vestito di nero lo sa: il nero è incredibilmente ricco di sfumature di altri colori, magari brune, o verdastre, oppure blu. Lo sa pure chi abbia potuto ammirare di persona quei ritratti di cui parlavo sopra, tanto che le riproduzioni fotografiche difficilmente possono rimandare la complessità coloristica degli originali pittorici. Impossibile, ad esempio, trovare una fotografia convincente del notissimo Ritratto di giovane gentiluomo di Lotto alle Gallerie dell’Accademia di Venezia.

E’ spaventoso, all’inizio, scoprire quanta impurità c’è nel tessuto nero che vesti, soprattutto se lo portavi come uno scudo impenetrabile: tutto d’un tratto scopri che lo scudo è stato intaccato. Peggio: è stato corrotto. Poi scopri che questi colori che cercano di contagiarti, di intaccarti, non sono un morbo. Anzi, forse è proprio il nero il colore che cerca di sopraffare gli altri. Eppure il nero rimane ancor oggi un colore dannatamente elegante (e come mi sento bene quando mi vesto di nero!), e finalmente l’hanno capito anche le industrie contruttrici di hardware. In questo momento ho davanti a me il mio nuovo pc. Tutto nero, ovviamente. Schermo. tastiera, tower, mouse, hard disk esterno. Anche le casse. Una sorta di contro-tendenza rispetto al bianco fantascientifico che dai tempi di 2001: A Space Odissey era arrivata sino all’estetica Apple. Ma ormai anche loro vi stanno per rinunciare quasi completamente. L’opera al nero è molto più semplice e popolare (e populistica?) dell’opera al bianco: più cool. Chi non preferisce il nero Batman (qui disegnato da Miller) al blu-rosso Superman (qui disegnato da Quitley)? Chi non preferisce l’oscuro Venom (qui disegnato da Bagley) al blu-rosso Spiderman (qui disegnato da McFarlane)? C’è una parte di noi che continuerà a preferire il tragico Darth Vader allo stolido Luke Skywalker.
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