Cinquanta lune: luci ed ombre della Malinconia

Torno ancora su un tema molto caro a Birnbaum: quello della Malinconia. Tant’è che, prima di aver curato la 53. Esposizione Internazionale, a Torino, dove era stato chiamato ad occuparsi della Triennale, aveva utilizzato l’eloquente titolo “50 lune di Saturno”. Lo spunto di partenza è astronomico: l’alto numero dei satelliti che circondano Saturno, il pianeta che domina gli umori e i destini dei melanconici. Come dire che gli artisti-melanconici sono altrettanti corpi astrali, intrappolati o richiamati dalla forza di gravità del loro pianeta dominante. Viene spontaneo leggere in questo senso melanconico-alchemico l’impostazione di alcune parti della 53. Esposizione. Penso soprattutto alle Corderie e Artiglierie dell’Arsenale, dove un percorso nel quale la luce ha una rilevanza sostanziale. La struttura espositiva ripercorre l’evoluzione del melanconico: il quale è in principio avvolto in una notte all’insegna di un sole nero (quella che in alchimia veniva indicata come l’opera al nero). Solo la forza creatrice dell’artista stesso gli permette d sfuggire a questa condizione di assoluto negativo, la quale alla lunga non porterebbe che all’autoannientamento. La salvezza è una luce proveniente dal proprio spirito e che lo porta attraverso il giallo, il rosso. Il bianco, associato spesso all’oro, al suo rifulgere, è lo stadio definitivo: è la perfezione assoluta. L’ultima sala, che vede congiunti Spencer Finch e Huang Yong Ping, incarna alla perfezione quest’idea di uno stato di grazia divino che si rivela come emanazione luminosa. Non a caso l’aureola dei Santi della tradizione cristiana è stata spesso interpretata, in ambito alchemico, come un raggiungimento di questa conclusiva opera al bianco. Ma niente paura: alla Biennale troverete solo aureole pop ed illuminazione artificiale.
ANTI: tutto ciò è molto bello e pure simpatico; poter vedere una mostra con una struttura evidente ed interessante non capita tutti i giorni in un panorama dove regna l’approssimazione o peggio ancora la faciloneria di certe esibizioni “furbesche”. La domanda che però ci possiamo fare è: ha ancora senso, oggi, parlare di Malinconia? E’ chiaro: un testo come quello di Panofky, Saxl e Klibansky (Saturno e la Melanconia) esemplifica alla perfezione come questa categoria sociologico-medico-letteraria sia stata incredibilmente influente per un buon numero di secoli. influsso della figura del melanconico era talmente forte che per certi artisti diventò una sorta di must, o una posa, se preferite. Il libro Nati sotto Saturno di Wittkover è in merito illuminante. Ma oggi questo concetto ci serve ancora? E se sì, in che senso? Al di là della curiosità storica e culturale del tema, personalmente inizio ad avere il sospetto che la nostra contemporaneità non abbia più niente a che fare con la Malinconia. Ancora di più: cercare di utilizzare l’etichetta di melanconico per gli artisti contemporanei non è per nulla utile. Semplicemente non siamo più così: questa è una categoria che non è più efficace come modello descrittivo, non ci rispecchia più. In realtà la stessa concezione di Melanconia è molto mutata nei secoli, e ciascun luogo, ciascun tempo ne hanno fatto un uso strumentale, com’è giusto, modificandola secondo necessità. Ma credo sia stato il Novecento a dare il colpo di grazia alla Malinconia. La quale, dopo alcuni oscillamenti, se ne è tornata nel nero da cui era venuta.
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