Pink is my favorite crayon

“Pink it’s my new obsession / Pink it’s not even a question / Pink on the lips of your lover, ’cause / Pink is the love you discover” Così cantavano qualche anno fa gli Aerosmith, intessendo un inno pop alla carnalità del colore rosa. Ci pensavo sin dal post sul colore bianco: colore monocromatico di purezza e di assenza di vita. Per lo meno nelle intenzioni. Rosa, come colore corporeo, è il suo esatto contrario: se non il suo esatto contrario cromatico, il suo acerrimo nemico ideale. Non monocromatico, non puro, non privo di vita. Magari un po’ paganeggiante. Colore delle statue antiche prima che qualche frigido storico decidesse che erano state sempre così come le vedevano loro: bianche, immacolate, irraggiungibili. Rosa. Colore difficile da ottenere in un dipinto; per renderne bene le sfumature si preferisce una combinazione di pigmenti differenti. Il cosiddetto incarnato: ciascun pittore nasconde un segreto. I Romani, ad esempio, preferivano una base di verde; un accorgimento poi passato alla pittura bizantina. C’è però un contromovimento di artisti che hanno cercato di normalizzare i difetti della carne, rendendola lucida come il metallo o liscia come plastica, sin dai tempi del Manierismo (Agnolo Bronzino) a quelli dei pittori di pin-up (Gil Elvgren). Chi lucida la carne e chi la maltratta, chi la odia, e chi la ama, senza mezze misure: Lucian Freud, con le sue carni stanche e un poco peste, e ancora prima Egon Schiele, pittore di carni tisiche e arrossate di prostitute adolescenti. Pieter Paul Rubens, che ti presenta un concilio di dei come qualcun altro ti presenterebbe un banco di macellaio: corpi steatopigitici, tanto grassi che sembrano esplodere, a fatica stretti dalla pelle striata di cellulite. Una versione antica, se volete, della contemporanea pornografia in HD (vi risparmio il link).

Ed è curioso il fatto che ad un certo punto ci siamo detti bianchi, per differenziarci da tutti gli altri (qui sopra un’opera di Vanessa Beecroft). Quel giorno abbiamo fatto uno sforzo acrobatico di astrazione, cercando di allontanare da noi macchie, striature, cicatrici, rughe, efelidi, a favore di un colore perfetto, sempre immutabile, sempre superiore. Ma noi non siamo bianchi; a volte rosa. Quando siamo bianchi, con evidenti sfumature viola-bluastre, è quando siamo morti.