Vongole a cena
Ieri mi sono concesso una cena in un buon ristorante trentino, non aspettandomi tuttavia niente di stravagante. Ma qualcosa di stravagante mi aspettava per il primo. Le lussureggianti pappardelle mi sono state servite entro un piatto di taglio obliquo. Un po’ più grande di quello che si vede nella fotografia, la quale, in verità, mostra una ciotola della stessa linea. Un po’ più allungato, peraltro. Un dettaglio incredibile era la misura: circa una trentina di centimetri, che facevano venire la voglia di affondarvi la faccia dentro. Qualcosa a metà tra un piatto e il respiratore di un areosol. Capite che non si tratta solamente di buttarci la bocca e mangiare come un maiale nel suo truogolo. Tutto il contrario. Quella concavità ti spingeva a sentire più che a mangiare: voler percepire il cibo non come mera masticazione e proiezione all’interno, ma come contatto sensuale ed epidermico. Il mio volto come vertice e unione di sensualità razionale ed animale, senza la necessità di un corpo dientro al mio cervello. Qualcosa a metà tra Bruce Nauman e San Giovanni Battista dopo l’incontro con la fatale Salomé (qui nell’interpetazione di Antonio de Curtis) …

Ma le faccende persino più stravaganti ancora dovevano accadermi. Nel tentativo di cercare un’immagine del piatto in cui avevo cenato ieri, mi sono avventurato in un un viaggio allucinante tra siti di designers di oggettistica per la casa. Qui, dopo lunga ricerca, ho scovato il modello che volevo, scoprendo che porta l’improbabile nome di “vongola“. Questi siti sono tutti un po’ lounge, tutti un po’ zen, tutti un po’ feng-shui. Tutti un po’ uguali: con minime varianti lo stesso piatto lo trovate realizzato da quattro case diverse. Tutti un po’ “progettiamo oggetti comuni che assomiglino ad astronavi”, tanto per ritornare a Viaggio allucinante. Tutti un po’ “partiamo dai dettagli, ma in questo modo ti miglioriamo la vita, uomo della strada”. Tanto da farti rimpiangere le velleità socialiste in fatto di arti decorative di un William Morris. Comunque è strano che basti così poco per scuoterci dal nostro torpore alimentato dalla quotidianità. Un banalissimo elemento non tradizionale, come in questo caso un bordo non perpendicolare alla base, risveglia a nostra coscienza, la nostra insoddisfatta e ossessiva ricerca di prospettive nuove. Magari non è nemmeno importante ciò che il piatto contiene, non è rilevante se sia buono. L’essenziale non è l’interiore, bensì l’esteriore.
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