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	<title>mirabilia &#187; arte contemporanea</title>
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	<description>meraviglie della natura (eppure queste parole suonano beffarde)</description>
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		<title>Settecento/Ottocento e l&#8217;infinita ricerca delle Età dell&#8217;oro</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Dec 2010 17:19:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sig. K</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riporto quanto scritto da Starobinski all&#8217;inizio del suo &#8220;L&#8217;invenzione della libertà/1700-1789&#8243;, che mi pare adattarsi perfettamente a quanto dicevo nel post precedente. L&#8217;ho letto giusto oggi: L&#8217;Europa borghese, sin dal secolo successivo [s'intende l'Ottocento], ha fantasticato su un Settecento elegante e frivolo, libero di costumi, vivo di spirito, votato colpevolmente e deliziosamente a feste spensierate. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --></p>
<p style="text-align: justify"><a rel="attachment wp-att-802" href="http://lineavariegata.it/mirabilia/2010/12/15/settecentoottocento-e-linfinita-ricerca-delle-eta-delloro/elegante/"><img class="alignnone size-full wp-image-802" src="http://lineavariegata.it/mirabilia/files/2010/12/elegante.jpg" alt="" width="343" height="522" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Riporto quanto scritto da <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Jean_Starobinski"><strong>Starobinski</strong></a> all&#8217;inizio del suo &#8220;L&#8217;invenzione della libertà/1700-1789&#8243;, che mi pare adattarsi perfettamente a quanto dicevo nel post precedente. L&#8217;ho letto giusto oggi:</p>
<p style="text-align: justify"><em>L&#8217;Europa borghese, sin dal secolo successivo [s'intende l'Ottocento], ha fantasticato su un Settecento elegante e frivolo, libero di costumi, vivo di spirito, votato colpevolmente e deliziosamente a feste spensierate. L&#8217;età del ferro dell&#8217;industria e delle rivolte democratiche vedeva sparire dietro di sè un&#8217;età dell&#8217;oro infiocchettata e mascherata [...]. A partire dal 1850, il disagio e la falsa coscienza delle classi agiate elaborarono una loro filosofia della storia sotto la forma di una mitologia dell&#8217;Ancient Régime [...]. La Rivoluzione,  per questi borghesi che le devono tutto, è la breccia da cui il male è entrato nel mondo</em>. (p. 15 dell&#8217;ed. Milano 2008)</p>
<p style="text-align: justify">Le arti figurative sono un&#8217;ottima visualizzazione, per loro stessa natura, delle istanze di un certo luogo e di un certo tempo. Sono poche le epoche in cui gli uomini sono stati appagati da loro stessi, e si potrebbe dire che ciò è proprio il motore della storia stessa. Eppure spesso questa ansia del diverso non si rivolge verso un diverso che è l&#8217;inesplorato, lo sconosciuto: piuttosto si rivolge verso un Passato che è più il frutto di una arbitraria costruzione proiettiva. Un Passato che viene caricato emotivamente di rimpianti, nostalgie, desideri considerati irrealizzabili nell&#8217;evo presente. Ecco dunque che l&#8217;Ottocento, un periodo che si considera fin troppo serio, guarda con sospetto e con invidia pruriginosa il Settecento. Ma accade volentieri il contrario, che, cioè, certe culture, oppure certi individui appartenuti a certe culture, ritenendo troppo libera e licenziosa la propria, cerchino all&#8217;indietro la moralità e l&#8217;ordine del buon vecchio tempo antico. Un esempio celebre? Platone disprezzava l&#8217;arte del proprio tempo. Sì, proprio quella: l&#8217;arte che noi abbiamo definito Classica per eccelleza. L&#8217;arte sulla quale abbiamo basato (più o meno) duemila anni di esperienze artistiche e di civiltà. Platone aveva i propri buoni motivi per credere ciò, tutti in linea con il proprio sistema filosofico. All&#8217;Arte Contemporanea (quella contemporanea a lui) preferiva quella Egizia, inalterabile, eterna, perfetta. Un po&#8217; come oggi si schifa la bennota vacca tagliata a favore degli osannati Impressionisti, che fino all&#8217;altroieri erano schifati pure loro. Alcuni hanno sostenuto che l&#8217;artista preceda il proprio tempo, qualunque cosa voglia dire questa frase un po&#8217; vuota. E&#8217; scorretto, in ogni caso. Diciamo piuttosto che è il gusto ad adattarsi con più incertezza. La cosiddetta opinione pubblica ci mette circa un secolo a modificarlo. Ovverosia il tempo che un certo artista muoia, che gli vengano tributate due o tre mostre importanti, che gli vengano dedicati almeno due saggi rilevanti, che le quotazioni salgano decisamente, e che passino poi tre o quattro decenni. E il gioco è fatto: l&#8217;Artista Classico è pronto. Sale e pepe q.b.</p>
<p style="text-align: justify"><em>didascalia</em>: a proposito di Ottocento che invidia il Settecento, l&#8217;immagine in alto è un&#8217;illustrazione dall&#8217;eloquente titolo di &#8220;Un elegante del 1725&#8243; tratta da un curioso libro, una &#8220;Storia delle mode dagli Etruschi al 1854&#8243; (p.50), stampata a Milano nel 1855 &#8220;Presso l&#8217;Ufficio del COrriere delle Dame&#8221;</p>
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		<title>The Church of the Holy Fool (another religious tank)</title>
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		<pubDate>Wed, 19 May 2010 17:13:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sig. K</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che in fondo religiosità e arte della guerra siano intimamente legati non è un grosso mistero. Però è significativo trovare un altro carro armato &#8220;trasformato&#8221; in oggetto religioso, meccanismo catetico e proselitistico d&#8217;offesa. Vi ricordo, poco fa, il post dedicato alla creazione di Kris Kuksi: Churchtank. Stavolta, però, abbiamo a che fare con un professionista [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone" src="http://www.patriciafauregallery.com/artists/acres/images/acres023.jpg" alt="" width="450" height="347" /></p>
<p style="text-align: justify">Che in fondo religiosità e arte della guerra siano intimamente legati non è un grosso mistero. Però è significativo trovare un altro carro armato &#8220;trasformato&#8221; in oggetto religioso, meccanismo catetico e proselitistico d&#8217;offesa. Vi ricordo, <a href="http://lineavariegata.it/mirabilia/2010/03/17/intervallo-1-churchtank/"><strong>poco fa</strong></a>, il post dedicato alla creazione di <a href="http://kuksi.com/"><strong>Kris Kuksi</strong></a>: <em>Churchtank</em>. Stavolta, però, abbiamo a che fare con un professionista vero e proprio. Non tanto dell&#8217;arte (o, meglio, non solo), quanto della religiosità. Ethan Acres, in effetti, è un vero e proprio Reverendo, e perfetta incarnazione di un certo <em>clichè </em>di ministro protestate da film di serie B. Nelle sue stesse realizzazioni, poi, abita lo stesso universo stereotipato USA di supereroi, attori cinematografici, icone pubblicitarie, rockstars, visioni fantascientifiche. Tanto sono fusi assieme gli aspetti artistici e quelli religiosi delle sue opere visuali, delle sue installazioni, delle sue performances che difficilmente si distingue un&#8217;azione da un sermone o da un rituale, un&#8217;opera d&#8217;arte da un oggetto di culto, che sia reliquia o pala d&#8217;altare.</p>
<p><img class="alignnone" src="http://www.patriciafauregallery.com/artists/acres/images/acres014.jpg" alt="" width="450" height="603" /></p>
<p style="text-align: justify">Torniamo all&#8217;epoca dei predicatori medievali, bizzarri figuri itineranti che annunciano la fine del mondo con coloritissime metafore; ebbene, il nostro Reverendo utilizza immagini vere e proprie per convertire e diffondere la fede. Al posto di una cappella girò il Midwest a bordo di una cappella-roulotte. Già un paio di volte è stato in Italia, a Torino (nel <a href="http://www.exibart.com/notizia.asp?IDNotizia=7305&amp;IDCategoria=56"><strong>2003 </strong></a>e <a href="http://www.exibart.com/notizia.asp?IDCategoria=56&amp;IDNotizia=31072"><strong>quest&#8217;anno</strong></a>). Ora possiede una chiesa tutta sua a Sheffield, in Alabama (<a href="http://www.churchoftheholyfool.com/"><strong>The Church of the Holy Fool</strong></a>)  e un corrispondente sito web, e viene rappresentato da una galleria di Santa Monica (<strong><a href="http://www.patriciafauregallery.com/index.html">Samuel Freeman</a></strong>). Nella <em>gallery </em>si possono osservare alcune opere pittoriche (qui sopra un acrilico); curiose, perché in esse si manifesta il legame (ahimé) con la tradizione figurativa cattolica, mediata attraverso le tendenze tutta americane dei <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Lowbrow_%28art_movement%29"><strong>Lowbrow</strong></a>.</p>
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		<title>Intervallo (1): churchtank</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Mar 2010 13:17:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sig. K</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify">Intanto ringrazio la nostra <a href="http://inbassoadestra.wordpress.com/"><strong>inviata nelle steppe</strong></a> per avermi aperto un universo applicando il concetto di <a href="http://www.youtube.com/watch?v=ysnVjDVOrWI&#38;feature=related"><strong>intervallo </strong></a>(ve lo ricordate? la musichina dolce che va sulla carrellata di diapositive di incantevoli-stucchevoli paesaggi italiani?) al web. Secondo: scopiazzo la sua idea segnalandovi le opere di tal <strong><a href="http://kuksi.com/">Kris Kuksi</a></strong>, un vero pazzo, ma noi i pazzi li adoriamo. Aggiungo solamente che i suoi lavori sono a metà strada tra uno stile alla<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Jake_and_Dinos_Chapman"><strong> Chapman Bros.</strong></a> e <strong><a href="http://www.hrgiger.com/">Giger</a></strong>, ma con una più ossessionata attenzione ai forti contrasti tra passato-presente e oriente-occidente. E non ditemi che questa "chuchtank" non ne è un buon esempio.</p><p><img src="http://bedekanotesze.prae.hu/prae/upload/church_tank_kris_kuksi.jpg" alt="" width="500" height="600" /></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Intanto ringrazio la nostra <a href="http://inbassoadestra.wordpress.com/"><strong>inviata nelle steppe</strong></a> per avermi aperto un universo applicando il concetto di <a href="http://www.youtube.com/watch?v=ysnVjDVOrWI&amp;feature=related"><strong>intervallo </strong></a>(ve lo ricordate? la musichina dolce che va sulla carrellata di diapositive di incantevoli-stucchevoli paesaggi italiani?) al web. Secondo: scopiazzo la sua idea segnalandovi le opere di tal <strong><a href="http://kuksi.com/">Kris Kuksi</a></strong>, un vero pazzo, ma noi i pazzi li adoriamo. Aggiungo solamente che i suoi lavori sono a metà strada tra uno stile alla<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Jake_and_Dinos_Chapman"><strong> Chapman Bros.</strong></a> e <strong><a href="http://www.hrgiger.com/">Giger</a></strong>, ma con una più ossessionata attenzione ai forti contrasti tra passato-presente e oriente-occidente. E non ditemi che questa &#8220;chuchtank&#8221; non ne è un buon esempio.</p>
<p><img src="http://bedekanotesze.prae.hu/prae/upload/church_tank_kris_kuksi.jpg" alt="" width="500" height="600" /></p>
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		<title>Cinquanta lune: luci ed ombre della Malinconia</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Oct 2009 00:02:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sig. K</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Saturno e la Melancolia]]></category>
		<category><![CDATA[Spencer Finch]]></category>

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</p><p class="MsoNormal"><img src="http://www.fabiofeminofantascience.org/BONESTELL/2SATURNO200PPI.jpg" alt="veduta di saturno" class="mceItem" width="527" height="400"></p><p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><font face="arial,helvetica,sans-serif">Torno ancora su un tema molto caro a Birnbaum: quello della
Malinconia. Tant’è che, prima di aver curato la 53. Esposizione Internazionale,
a Torino, dove era stato chiamato ad occuparsi della Triennale, aveva
utilizzato l’eloquente titolo <strong><a href="http://www.skira.net/dettaglio.php?isbn=8861302662&#38;back=ricerca-normal.php&#38;page=&#38;lett=">“50 lune di Saturno”</a></strong>. Lo spunto di partenza
è astronomico: l’alto numero dei satelliti che circondano Saturno, il pianeta
che domina gli umori e i destini dei melanconici. Come dire che gli
artisti-melanconici sono altrettanti corpi astrali, intrappolati o richiamati
dalla forza di gravità del loro pianeta dominante. Viene spontaneo leggere in
questo senso melanconico-alchemico l’impostazione di alcune parti della 53.
Esposizione. Penso soprattutto alle Corderie e Artiglierie dell’Arsenale, dove
un percorso nel quale la luce ha una rilevanza sostanziale. La struttura
espositiva ripercorre l’evoluzione del melanconico: il quale è in principio
avvolto in una notte all’insegna di un sole nero (quella che in alchimia veniva
indicata come l’opera al nero). Solo la forza creatrice dell’artista stesso gli
permette d sfuggire a questa condizione di assoluto negativo, la quale alla
lunga non porterebbe che all’autoannientamento. La salvezza è una luce proveniente dal proprio spirito e che lo porta attraverso il giallo, il
rosso. Il bianco, associato spesso all’oro, al suo rifulgere, è lo stadio
definitivo: è la perfezione assoluta. L’ultima sala, che vede congiunti <a href="http://www.spencerfinch.com/"><strong>Spencer
Finch</strong></a> e <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Huang_Yong_Ping"><strong>Huang Yong Ping</strong></a>, incarna alla perfezione quest’idea di uno stato di
grazia divino che si rivela come emanazione luminosa. Non a caso l’aureola dei
Santi della tradizione cristiana è stata spesso interpretata, in ambito
alchemico, come un raggiungimento di questa conclusiva opera al bianco. Ma niente paura: alla Biennale troverete solo aureole pop ed illuminazione artificiale.<br /></font></p>



<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><font face="arial,helvetica,sans-serif">&#160;ANTI: tutto ciò è molto bello e pure simpatico; poter vedere
una mostra con una struttura evidente ed interessante non capita tutti i giorni
in un panorama dove regna l’approssimazione o peggio ancora la faciloneria di
certe esibizioni “furbesche”. La domanda che però ci possiamo fare è: ha ancora
senso, oggi, parlare di Malinconia? E’ chiaro: un testo come quello di Panofky,
Saxl e Klibansky (<a href="http://www.einaudi.it/libri/libro/raymond-klibansky-erwin-panofsky-fritz-sakxl/saturno-e-la-melanconia/978880655079"><strong><em>Saturno e la Melanconia</em></strong></a>) esemplifica alla perfezione
come questa categoria sociologico-medico-letteraria sia stata incredibilmente influente
per un buon numero di secoli. influsso della figura del melanconico era
talmente forte che per certi artisti diventò una sorta di <em>must</em>, o una
posa, se preferite. Il libro <a href="http://www.einaudi.it/libri/libro/margot-wittkower-rudolf-wittkower/nati-sotto-saturno/978880617364"><strong><em>Nati sotto Saturno</em></strong></a> di Wittkover è in merito
illuminante. Ma oggi questo concetto ci serve ancora? E se sì, in che senso? Al
di là della curiosità storica e culturale del tema, personalmente inizio ad
avere il sospetto che la nostra contemporaneità non abbia più niente a che fare
con la Malinconia. Ancora di più: cercare di utilizzare l’etichetta di
melanconico per gli artisti contemporanei non è per nulla utile. Semplicemente
non siamo più così: questa è una categoria che non è più efficace come modello
descrittivo, non ci rispecchia più. In realtà la stessa concezione di Melanconia
è molto mutata nei secoli, e ciascun luogo, ciascun tempo ne hanno fatto un uso
strumentale, com’è giusto, modificandola secondo necessità. Ma credo sia stato
il Novecento a dare il colpo di grazia alla Malinconia. La quale, dopo alcuni
oscillamenti, se ne è tornata nel nero da cui era venuta.</font></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--[if gte mso 9]&gt;--></p>
<p><img class="mceItem" src="http://www.fabiofeminofantascience.org/BONESTELL/2SATURNO200PPI.jpg" alt="veduta di saturno" width="527" height="400" /></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><span style="font-family: arial,helvetica,sans-serif">Torno ancora su un tema molto caro a Birnbaum: quello della Malinconia. Tant’è che, prima di aver curato la 53. Esposizione Internazionale, a Torino, dove era stato chiamato ad occuparsi della Triennale, aveva utilizzato l’eloquente titolo <strong><a href="http://www.skira.net/dettaglio.php?isbn=8861302662&amp;back=ricerca-normal.php&amp;page=&amp;lett=">“50 lune di Saturno”</a></strong>. Lo spunto di partenza è astronomico: l’alto numero dei satelliti che circondano Saturno, il pianeta che domina gli umori e i destini dei melanconici. Come dire che gli artisti-melanconici sono altrettanti corpi astrali, intrappolati o richiamati dalla forza di gravità del loro pianeta dominante. Viene spontaneo leggere in questo senso melanconico-alchemico l’impostazione di alcune parti della 53. Esposizione. Penso soprattutto alle Corderie e Artiglierie dell’Arsenale, dove un percorso nel quale la luce ha una rilevanza sostanziale. La struttura espositiva ripercorre l’evoluzione del melanconico: il quale è in principio avvolto in una notte all’insegna di un sole nero (quella che in alchimia veniva indicata come l’opera al nero). Solo la forza creatrice dell’artista stesso gli permette d sfuggire a questa condizione di assoluto negativo, la quale alla lunga non porterebbe che all’autoannientamento. La salvezza è una luce proveniente dal proprio spirito e che lo porta attraverso il giallo, il rosso. Il bianco, associato spesso all’oro, al suo rifulgere, è lo stadio definitivo: è la perfezione assoluta. L’ultima sala, che vede congiunti <a href="http://www.spencerfinch.com/"><strong>Spencer Finch</strong></a> e <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Huang_Yong_Ping"><strong>Huang Yong Ping</strong></a>, incarna alla perfezione quest’idea di uno stato di grazia divino che si rivela come emanazione luminosa. Non a caso l’aureola dei Santi della tradizione cristiana è stata spesso interpretata, in ambito alchemico, come un raggiungimento di questa conclusiva opera al bianco. Ma niente paura: alla Biennale troverete solo aureole pop ed illuminazione artificiale.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><span style="font-family: arial,helvetica,sans-serif"> ANTI: tutto ciò è molto bello e pure simpatico; poter vedere una mostra con una struttura evidente ed interessante non capita tutti i giorni in un panorama dove regna l’approssimazione o peggio ancora la faciloneria di certe esibizioni “furbesche”. La domanda che però ci possiamo fare è: ha ancora senso, oggi, parlare di Malinconia? E’ chiaro: un testo come quello di Panofky, Saxl e Klibansky (<a href="http://www.einaudi.it/libri/libro/raymond-klibansky-erwin-panofsky-fritz-sakxl/saturno-e-la-melanconia/978880655079"><strong><em>Saturno e la Melanconia</em></strong></a>) esemplifica alla perfezione come questa categoria sociologico-medico-letteraria sia stata incredibilmente influente per un buon numero di secoli. influsso della figura del melanconico era talmente forte che per certi artisti diventò una sorta di <em>must</em>, o una posa, se preferite. Il libro <a href="http://www.einaudi.it/libri/libro/margot-wittkower-rudolf-wittkower/nati-sotto-saturno/978880617364"><strong><em>Nati sotto Saturno</em></strong></a> di Wittkover è in merito illuminante. Ma oggi questo concetto ci serve ancora? E se sì, in che senso? Al di là della curiosità storica e culturale del tema, personalmente inizio ad avere il sospetto che la nostra contemporaneità non abbia più niente a che fare con la Malinconia. Ancora di più: cercare di utilizzare l’etichetta di melanconico per gli artisti contemporanei non è per nulla utile. Semplicemente non siamo più così: questa è una categoria che non è più efficace come modello descrittivo, non ci rispecchia più. In realtà la stessa concezione di Melanconia è molto mutata nei secoli, e ciascun luogo, ciascun tempo ne hanno fatto un uso strumentale, com’è giusto, modificandola secondo necessità. Ma credo sia stato il Novecento a dare il colpo di grazia alla Malinconia. La quale, dopo alcuni oscillamenti, se ne è tornata nel nero da cui era venuta.</span></p>
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		<title>Zombies, licantropi, artisti melanconici</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Oct 2009 19:39:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sig. K</dc:creator>
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</p><p><img src="http://www.freakingnews.com/pictures/17500/Zombie-Mona-Lisa-17836.jpg" alt="Mona Lisa Zombie" class="mceItem" width="500" height="752"></p><p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><font face="arial,helvetica,sans-serif">Toglietevi dalla testa tutte quelle romantiche idee
sull’artista: secondo <a href="http://www.labiennale.org/it/arte/direttore/"><strong><span style="color: black">Daniel Birnbaum</span></strong></a>
l’artista è un melanconico, folle, misantropo e autistico disturbato. Per
dimostrare la sua teoria scomoda 2500 anni di tradizioni mediche, umanistiche,
filosofiche. L’artista è un cannibale, cioè un uomo che non riesce ad opporsi a
questa sua incredibile fame. Una fame che non è una necessità fisiologica, o
che non conosce limiti fisici: anzi, una fame mai soddisfatta, continuamente
frustrata ed esacerbata da se stessa. L’artista non desidera un singolo
oggetto, bensì un cibo assoluto. Vuole divorare e conservare in sé ogni cosa.
Dentro di lui si aprono abissi che sembrano concepiti per questo: l’anima del
melanconico si spalanca su di una galassia dominata da un sole nero: Un buco
nero, potremmo dire noi postmoderni, che vuole ingoiare il sole bianco-ostia.
L’artista non è un nobile e annoiato vampiro, che succhia languidamente la
linfa della vita, ma un <strong>licantropo </strong>(come sostenne lo psicologo Karl Arahm) che sbrana ossa e
interiora. Uno zombie, aggiungiamo noi. Non tanto un medium inconsapevole della
voce divina che parla in lui ma piuttosto un mostro che non può opporsi alla
voce della sua natura, la quale gli dice: mangia! mangia! mangia! Nessuna
follia divina, nessuna capacità divinatoria, solo la cieca impossibilità di
fare altrimenti. Per l’artista, il proprio fare –sempre negativo- non è una
forma di interpretazione dell’ambiente, ma solo l’espletamento di un bisogno di
ingestione, digestione, eiezione.</font></p>

<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><font face="arial,helvetica,sans-serif">Ma poi, gli zombie, vanno di corpo? Insospettabili risposte che non rivelerò verso la fine del testo.<br /></font></p>



<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><font face="arial,helvetica,sans-serif">&#160;ANTI: il libro (<strong><a href="http://www.sternberg-press.com/index.php?pageId=1229&#38;l=en&#38;bookId=124&#38;sort=year&#38;PHPSESSID=c4f112d49e62a78d83245b5b886d7fee">Daniel Birnbaum &#38; Anders Olsson, <em>As a
weasel sucks eggs/An essay on melancholy and cannibalism</em>, Berlin-New York
2008</a></strong>) ha numerosi altri punti di interesse, e dunque consiglio una lettura
attenta, soprattutto per via di alcune madornali ingenuità in fatto di metodo e
precisione filologico-documentaria. Esempi? Filologia: in più passi si adatta
il concetto freudiano di dimensione psichica ad epoche pre-freudiane. In
particolar modo in un passo di Petrarca <em>psychic </em>si riferisce all’originale
latino <em>spiritus</em>. Dettagli documentari: sostiene che Segantini è
svizzero. E non aggiungo altro.</font></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--[if gte mso 9]&gt;--></p>
<p><img class="mceItem" src="http://www.freakingnews.com/pictures/17500/Zombie-Mona-Lisa-17836.jpg" alt="Mona Lisa Zombie" width="500" height="752" /></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><span style="font-family: arial,helvetica,sans-serif">Toglietevi dalla testa tutte quelle romantiche idee sull’artista: secondo <a href="http://www.labiennale.org/it/arte/direttore/"><strong><span style="color: black">Daniel Birnbaum</span></strong></a><strong> </strong>l’artista è un melanconico, folle, misantropo e autistico disturbato. Per dimostrare la sua teoria scomoda 2500 anni di tradizioni mediche, umanistiche, filosofiche. L’artista è un cannibale, cioè un uomo che non riesce ad opporsi a questa sua incredibile fame. Una fame che non è una necessità fisiologica, o che non conosce limiti fisici: anzi, una fame mai soddisfatta, continuamente frustrata ed esacerbata da se stessa. L’artista non desidera un singolo oggetto, bensì un cibo assoluto. Vuole divorare e conservare in sé ogni cosa. Dentro di lui si aprono abissi che sembrano concepiti per questo: l’anima del melanconico si spalanca su di una galassia dominata da un sole nero: Un buco nero, potremmo dire noi postmoderni, che vuole ingoiare il sole bianco-ostia. L’artista non è un nobile e annoiato vampiro, che succhia languidamente la linfa della vita, ma un <strong>licantropo </strong>(come sostenne lo psicologo Karl Arahm) che sbrana ossa e interiora. Uno zombie, aggiungiamo noi. Non tanto un medium inconsapevole della voce divina che parla in lui ma piuttosto un mostro che non può opporsi alla voce della sua natura, la quale gli dice: mangia! mangia! mangia! Nessuna follia divina, nessuna capacità divinatoria, solo la cieca impossibilità di fare altrimenti. Per l’artista, il proprio fare –sempre negativo- non è una forma di interpretazione dell’ambiente, ma solo l’espletamento di un bisogno di ingestione, digestione, eiezione.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><span style="font-family: arial,helvetica,sans-serif">Ma poi, gli zombie, vanno di corpo? Insospettabili risposte che non rivelerò verso la fine del testo.<br />
</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><span style="font-family: arial,helvetica,sans-serif"> ANTI: il libro (<strong><a href="http://www.sternberg-press.com/index.php?pageId=1229&amp;l=en&amp;bookId=124&amp;sort=year&amp;PHPSESSID=c4f112d49e62a78d83245b5b886d7fee">Daniel Birnbaum &amp; Anders Olsson, <em>As a weasel sucks eggs/An essay on melancholy and cannibalism</em>, Berlin-New York 2008</a></strong>) ha numerosi altri punti di interesse, e dunque consiglio una lettura attenta, soprattutto per via di alcune madornali ingenuità in fatto di metodo e precisione filologico-documentaria. Esempi? Filologia: in più passi si adatta il concetto freudiano di dimensione psichica ad epoche pre-freudiane. In particolar modo in un passo di Petrarca <em>psychic </em>si riferisce all’originale latino <em>spiritus</em>. Dettagli documentari: sostiene che Segantini è svizzero. E non aggiungo altro.</span></p>
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		<title>30 seconds-art (arte che dura il tempo di una pubblicità)</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Oct 2009 14:50:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sig. K</dc:creator>
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		<category><![CDATA[pop]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Battaglia di Anghiari]]></category>
		<category><![CDATA[Cappella degli Scrovegni]]></category>
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		<category><![CDATA[Cenni di Pepi Cimabue]]></category>
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		<category><![CDATA[Immanuel Kant]]></category>
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		<category><![CDATA[Mike Boucher]]></category>
		<category><![CDATA[Minima moralia]]></category>
		<category><![CDATA[tecniche artistiche]]></category>
		<category><![CDATA[Theodor W. Adorno]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img src="http://la.curbed.com/uploads/2009.06.plantoon.jpg" alt="mike boucher" class="mceItem" width="528" height="360"></p><p>&#160;</p><p class="MsoNormal" style="text-align: justify">In
un bennoto passo dei suoi <em>Minima moralia</em> Theodor W. Adorno sostiene che
l’artista non sublima le proprie pulsioni, a differenza di quanto aveva
sostenuto Freud. Anzi: l’artista esperisce una “vita violenta ed istintiva… in
<strong>costante collisione</strong> con la realtà”. Anche le opere che questi artisti producono
sembrano in continua frizione con il mondo. Non reggono questo l’impatto, e
poco dopo essere state create iniziano immancabilmente a degenerare, a distruggersi.
Emblematico il caso dell’opera di Mike Boucher esposta alla <a href="http://www.labiennale.org/it/arte/esposizione/53_eia.html"><strong>53. Esposizione
Internazionale d’Arte</strong></a>: una piccola casa galleggiante che non ha retto nemmeno
il varo, e ancora prima dell’inaugurazione ha iniziato ad affondare. E’ di
questi giorni la notizia che la scultura di Laura Favaretto che l’artista stava
realizzando a Trento ha ceduto ben prima della vernice.</p>

<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Artisti
incapaci di progettare opere che sappiano “durare”? Solamente cattivi ingegneri
delle proprie opere o cattivi inventori, incapaci di concepire idee che non implodano
in tempi rapidissimi? I più reazionari vorranno opporre a questo artista
contemporaneo l’artista dei bei tempi antichi. Magari il pittore, perfettamente
consapevole dei supporti e dei colori che utilizzava: certo della loro resa e
della loro efficacia duratura. Chi non conosce l’esempio del blu oltremare, che
sfrutta un pigmento tratto dal lapislazulo, che si conserva quasi inalterato
per secoli? Coloro che non credono si vadano a rivedere la Cappella degli
Scrovegni di Giotto.</p>

<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Ma
così facendo dimentichiamo i numerosi fallimenti di cui l’arte antica è
costellata. Come poteva sospettare il buon Cimabue che la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/File:Cimabue_016.jpg"><strong>malachite</strong></a>, usata in
abbinamento alla calce fresca, avrebbe virato dal suo originario blu sino ad un
verde-bruno?</p>

<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">E’ chiaro
che laddove l’arte si fa <strong>sperimentale</strong>, e cerca nuove vie materiali per
esprimere se stessa, si nasconde pure l’errore inaspettato. A volte nefasto. A
volte vera vita dell’opera d’arte, sua fortuna inaspettata (pensate alla torre
di Pisa). In merito l’insospettabile Kant (nella <em>Critica del Giudizio</em>) scriveva
una cosa curiosissima: che il procedimento con cui si crea l’opera artistica è
analogo al procedimento dimostrativo di un esperimento scientifico. Salvo che
nel procedimento artistico c’è qualcosa che sfugge alla volontà dell’artista
stesso, e che rende questo procedimento (a differenza di quello scientifico)
irriproducibile. Emblematico il caso di Leonardo da Vinci, che applicava questo
suo metodo empirico-sperimentale a molte delle sue opere che oggi indichiamo
come “artistiche”. Con il risultato che alcune opere sono andate distrutte
proprio per dei difetti tecnici (la celebre Battaglia di Anghiari a Firenze) e
altre ancora stanno per lasciarci (il Cenacolo delle Grazie a Milano).</p>

<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">E’ molto più tranquillizzante utilizzare una tecnica che per secoli si
è dimostrata buona; in questo caso, però, l’artista è costretto ad adattarsi a
tecnica, e non viceversa, e a cercare nello stile una propria espressione
originale. Il Novecento è stato invece un secolo incredibile per
l’impressionante numero di tecniche e materiali innovativi introdotti
nell’ambito delle arti visuali: tanti che niente ne rimane escluso. Il
Novecento è stato un secolo di grandi innovazioni artistiche e quindi di grandi
errori, di rilevanti vicoli ciechi: il tutto compiuto spesso con ingenua
incompetenza, altre volte con consapevole rigore. Tant’è che spesso ci si è
affidato non tanto a materiali fatti per durare, ma fatti per non durare. A
Rivoli si sono domandati che fare dell’olio che fa parte dell’opera <em>Olive
stone</em> di Joseph Beuys, il quale stava andando a male. Ma dietro
all’aneddoto che ci può fare sorridere c’è la lucida e implacabile volontà di
criticare l’opera artistica vista come inalterabile idolo da adorare con rispetto.
Sotto questa luna non vi è nulla che non declina, e l’opera d’arte non fa
difetto: l’opera è un oggetto come un altro, parte di questo mondo e in quanto
tale condannato, un po’ come noi stessi, ad un destino di quasi immediata marcescenza.</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="mceItem" src="http://la.curbed.com/uploads/2009.06.plantoon.jpg" alt="mike boucher" width="528" height="360" /></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">In un bennoto passo dei suoi <em>Minima moralia</em> Theodor W. Adorno sostiene che l’artista non sublima le proprie pulsioni, a differenza di quanto aveva sostenuto Freud. Anzi: l’artista esperisce una “vita violenta ed istintiva… in<strong> costante collisione</strong> con la realtà”. Anche le opere che questi artisti producono sembrano in continua frizione con il mondo. Non reggono questo l’impatto, e poco dopo essere state create iniziano immancabilmente a degenerare, a distruggersi. Emblematico il caso dell’opera di Mike Boucher esposta alla <a href="http://www.labiennale.org/it/arte/esposizione/53_eia.html"><strong>53. Esposizione<br />
Internazionale d’Arte</strong></a>: una piccola casa galleggiante che non ha retto nemmeno il varo, e ancora prima dell’inaugurazione ha iniziato ad affondare. E’ di questi giorni la notizia che la scultura di Laura Favaretto che l’artista stava realizzando a Trento ha ceduto ben prima della vernice. Artisti incapaci di progettare opere che sappiano “durare”? Solamente cattivi ingegneri delle proprie opere o cattivi inventori, incapaci di concepire idee che non implodano in tempi rapidissimi? I più reazionari vorranno opporre a questo artista contemporaneo l’artista dei bei tempi antichi. Magari il pittore, perfettamente consapevole dei supporti e dei colori che utilizzava: certo della loro resa e della loro efficacia duratura. Chi non conosce l’esempio del blu oltremare, che sfrutta un pigmento tratto dal lapislazulo, che si conserva quasi inalterato per secoli? Coloro che non credono si vadano a rivedere la Cappella degli Scrovegni di Giotto. Ma così facendo dimentichiamo i numerosi fallimenti di cui l’arte antica è costellata. Come poteva sospettare il buon Cimabue che la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/File:Cimabue_016.jpg"><strong>malachite</strong></a>, usata in abbinamento alla calce fresca, avrebbe virato dal suo originario blu sino ad un verde-bruno? E’ chiaro che laddove l’arte si fa <strong>sperimentale</strong>, e cerca nuove vie materiali per esprimere se stessa, si nasconde pure l’errore inaspettato. A volte nefasto. A volte vera vita dell’opera d’arte, sua fortuna inaspettata (pensate alla torre di Pisa). In merito l’insospettabile Kant (nella <em>Critica del Giudizio</em>) scriveva una cosa curiosissima: che il procedimento con cui si crea l’opera artistica è analogo al procedimento dimostrativo di un esperimento scientifico. Salvo che nel procedimento artistico c’è qualcosa che sfugge alla volontà dell’artista stesso, e che rende questo procedimento (a differenza di quello scientifico) irriproducibile. Emblematico il caso di Leonardo da Vinci, che applicava questo suo metodo empirico-sperimentale a molte delle sue opere che oggi indichiamo come “artistiche”. Con il risultato che alcune opere sono andate distrutte proprio per dei difetti tecnici (la celebre Battaglia di Anghiari a Firenze) e altre ancora stanno per lasciarci (il Cenacolo delle Grazie a Milano). E’ molto più tranquillizzante utilizzare una tecnica che per secoli si è dimostrata buona; in questo caso, però, l’artista è costretto ad adattarsi a tecnica, e non viceversa, e a cercare nello stile una propria espressione originale. Il Novecento è stato invece un secolo incredibile per l’impressionante numero di tecniche e materiali innovativi introdotti nell’ambito delle arti visuali: tanti che niente ne rimane escluso. Il Novecento è stato un secolo di grandi innovazioni artistiche e quindi di grandi errori, di rilevanti vicoli ciechi: il tutto compiuto spesso con ingenua incompetenza, altre volte con consapevole rigore. Tant’è che spesso ci si è affidato non tanto a materiali fatti per durare, ma fatti per non durare. A Rivoli si sono domandati che fare dell’olio che fa parte dell’opera <em>Olive stone</em> di Joseph Beuys, il quale stava andando a male. Ma dietro all’aneddoto che ci può fare sorridere c’è la lucida e implacabile volontà di criticare l’opera artistica vista come inalterabile idolo da adorare con rispetto. Sotto questa luna non vi è nulla che non declina, e l’opera d’arte non fa difetto: l’opera è un oggetto come un altro, parte di questo mondo e in quanto tale condannato, un po’ come noi stessi, ad un destino di quasi immediata marcescenza.</p>
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