Bello e mirabile
Negli ultimi mesi si è un po’ parlato della bellezza, della sua ricerca, di cosa accada quando questa ricerca si sviluppa (cosa che riguarda, almeno in parte, le discipline artistiche). Abbiamo dunque stabilito che la risultante della ricerca della bellezza sia in genere qualche cosa di volgare, ovvero il contrario di ciò che si sarebbe desiderato. E’ d’altronde assurdo parlare così, astrattamente, di bellezza, come di un valore inalterabile, quand’essa è un canone che si adatta ai gusti fisici e psichici di ogni epoca: si deforma, per così dire, attorno alla forma mentis e alla forma corpi. L’opera d’arte, che si sviluppa per dare corpo a questo bisogno psichico e fisico di bellezza, fa nascere risultati deludenti. Il Manierismo è forse l’epoca in cui, più di tutte, si sente l’insufficienza in primo luogo della Natura, in secondo luogo dell’Arte. Natura e Arte sembrano costrette a partorire aborti scadenti, imperfetti. L’arte può tentare di migliorare le manchevolezze della Natura, ma solo fino ad un certo punto. D’altronde già in precedenza Raffaello, scontentissimo di se stesso, ammetteva che le proprie idee erano meglio nella sua testa che non sulla tela o nella calce. Platonismo all’ennesima potenza (qui sotto Antonio Rossellino? Desiderio da Settignano?, Ritratto di giovane donna, presunto ritratto di Marietta Strozzi, 1460-70, Staatliche Museum, Berlin).
Se si cerca la perfezione, si deve pure essere pronti a rimanere eternamente delusi. Si cerca infatti qualcosa impossibile da trovare. Forse la perfezione non esiste, e forse dovremmo smettere di cercare questo bello “assoluto”. Il bello come categoria estetica costruita a tavolino è di per sé un’assurdità. Eppure si sono passate epoche intere a tentare di stabilire che cosa sia il Bello, si sono scritti saggi, si sono istituiti canoni. Canoni positivi e canoni negativi: stabilivano essi cosa fosse bello (o anche “conveniente”), e cosa non lo fosse. Ora che questi esercizi di stile non li si fa più, si dovrebbe rinunciare a questa categoria. Un po’ come dobbiamo ammettere che la bellezza non esiste nell’ambito dell’Arte, dovremo ammettere prima o poi che che la bellezza non esiste nemmeno in Natura. A meno di non stabilire che è bello ciò che ci colpisce. Quello che ci fa dire, un po’ da sciocchi: “Che bello!”. Non quindi una categoria estetica ma un fenomeno: non un’idea universale ma un preciso evento. Chessòio, un tramonto una donna (o un uomo) una scultura. Non soltanto un tramonto una donna (o un uomo) una scultura, ma tutte queste cose viste da un certo punto di vista, con un certo stato d’animo, e via dicendo. Non si può replicare un’esperienza estetica, provare per credere (qui sotto uno dei celebri autoritratti fotografici di Claude Cahun, datato 1925).
Un bello istantaneo e occasionale, legato non al canone ma all’occasione in cui si manifesta: momentanea, transitoria. Questo bello non è altro che la meraviglia, il meraviglioso, il quid mirabilis. Ciò che stupisce in maniera inattesa e riporta ad una coscienza più piena . Il momento dello stupore è un momento di intensa empatia con ciò che ci stupisce, si esso Natura o Arte: ci riporta per pochissimo all’interno di quella vita alla quale, per il resto del giorno, ci sentiamo estranei. E’ più diretto e incontrollato ciò che sentiamo, è meno mediata la percezione dell’oggetto mirabile. Uno scossone dal nostro sonno-matrixiano. Subito dopo, è inevitabile, si ritorna alle pastoie oniriche delle abitudini quotidiane, ma con un ricordo più o meno confuso di essersi risvegliati (in basso: Janaina Tschäpe, Naiade, 2004, fotoincisione).
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