30 seconds-art (arte che dura il tempo di una pubblicità)

mike boucher

In un bennoto passo dei suoi Minima moralia Theodor W. Adorno sostiene che l’artista non sublima le proprie pulsioni, a differenza di quanto aveva sostenuto Freud. Anzi: l’artista esperisce una “vita violenta ed istintiva… in costante collisione con la realtà”. Anche le opere che questi artisti producono sembrano in continua frizione con il mondo. Non reggono questo l’impatto, e poco dopo essere state create iniziano immancabilmente a degenerare, a distruggersi. Emblematico il caso dell’opera di Mike Boucher esposta alla 53. Esposizione
Internazionale d’Arte
: una piccola casa galleggiante che non ha retto nemmeno il varo, e ancora prima dell’inaugurazione ha iniziato ad affondare. E’ di questi giorni la notizia che la scultura di Laura Favaretto che l’artista stava realizzando a Trento ha ceduto ben prima della vernice. Artisti incapaci di progettare opere che sappiano “durare”? Solamente cattivi ingegneri delle proprie opere o cattivi inventori, incapaci di concepire idee che non implodano in tempi rapidissimi? I più reazionari vorranno opporre a questo artista contemporaneo l’artista dei bei tempi antichi. Magari il pittore, perfettamente consapevole dei supporti e dei colori che utilizzava: certo della loro resa e della loro efficacia duratura. Chi non conosce l’esempio del blu oltremare, che sfrutta un pigmento tratto dal lapislazulo, che si conserva quasi inalterato per secoli? Coloro che non credono si vadano a rivedere la Cappella degli Scrovegni di Giotto. Ma così facendo dimentichiamo i numerosi fallimenti di cui l’arte antica è costellata. Come poteva sospettare il buon Cimabue che la malachite, usata in abbinamento alla calce fresca, avrebbe virato dal suo originario blu sino ad un verde-bruno? E’ chiaro che laddove l’arte si fa sperimentale, e cerca nuove vie materiali per esprimere se stessa, si nasconde pure l’errore inaspettato. A volte nefasto. A volte vera vita dell’opera d’arte, sua fortuna inaspettata (pensate alla torre di Pisa). In merito l’insospettabile Kant (nella Critica del Giudizio) scriveva una cosa curiosissima: che il procedimento con cui si crea l’opera artistica è analogo al procedimento dimostrativo di un esperimento scientifico. Salvo che nel procedimento artistico c’è qualcosa che sfugge alla volontà dell’artista stesso, e che rende questo procedimento (a differenza di quello scientifico) irriproducibile. Emblematico il caso di Leonardo da Vinci, che applicava questo suo metodo empirico-sperimentale a molte delle sue opere che oggi indichiamo come “artistiche”. Con il risultato che alcune opere sono andate distrutte proprio per dei difetti tecnici (la celebre Battaglia di Anghiari a Firenze) e altre ancora stanno per lasciarci (il Cenacolo delle Grazie a Milano). E’ molto più tranquillizzante utilizzare una tecnica che per secoli si è dimostrata buona; in questo caso, però, l’artista è costretto ad adattarsi a tecnica, e non viceversa, e a cercare nello stile una propria espressione originale. Il Novecento è stato invece un secolo incredibile per l’impressionante numero di tecniche e materiali innovativi introdotti nell’ambito delle arti visuali: tanti che niente ne rimane escluso. Il Novecento è stato un secolo di grandi innovazioni artistiche e quindi di grandi errori, di rilevanti vicoli ciechi: il tutto compiuto spesso con ingenua incompetenza, altre volte con consapevole rigore. Tant’è che spesso ci si è affidato non tanto a materiali fatti per durare, ma fatti per non durare. A Rivoli si sono domandati che fare dell’olio che fa parte dell’opera Olive stone di Joseph Beuys, il quale stava andando a male. Ma dietro all’aneddoto che ci può fare sorridere c’è la lucida e implacabile volontà di criticare l’opera artistica vista come inalterabile idolo da adorare con rispetto. Sotto questa luna non vi è nulla che non declina, e l’opera d’arte non fa difetto: l’opera è un oggetto come un altro, parte di questo mondo e in quanto tale condannato, un po’ come noi stessi, ad un destino di quasi immediata marcescenza.