“So già che perderò la testa”
Da che mondo e mondo quando vedi una testa senza il resto del corpo sotto/dietro di essa, inizi a preoccuparti. Nel caso tu sia un tipo particolarmente intuitivo, avrai già cominciato a correre. Qui sopra un particolare del Davide e Golia di Caravaggio, quello del Kunsthistorisches Museum di Vienna. Che tu sia nato o meno nell’Alto Medioevo, c’è qualcosa che scatta dentro di te e ti dice: “Qualcosa non va. Scappa.” Perché, allora, quando vediamo una “rappresentazione” di una testa priva del corpo il più delle volte ci fermiamo a guardarla con apprezzamento? Beh, una testa mozzata può essere non solo un segnale di pericolo, ma anche un trofeo: qualcosa che abbiamo conquistato con fatica, a volte con il rischio della vita. Qualcosa che va conservato, nonostante la sua tendenza ineluttabile alla putrescenza: qualcosa che diventa un idolo. Un guardiano, la cui forza risiede ormai nell’infallibile sguardo scrutatore, come le tante teste che spuntano dagli edifici medievali. Un involucro per gli spiriti degli dei, nei totem. Un evento portentoso e metamorfico, un’apparizione onirica, nelle grottesche rinascimentali. Qui sotto la cosiddetta Apparition di Gustave Moreau, al Musèe d’Orsay di Parigi.
Pochi giorni fa ha inaugurato al Mart un’esposizione che, con l’idea di riunire la produzione scultorea di Modigliani, compone una disceta selezione di stauaria dalla Grecia arcaica in avanti. Il fulcro di tutto, ovviamente, è la testa. Questo tema, che parrebbe scontato, non lo è affatto. Gli avvicinamenti tra Modigliani e le altre opere, che pure essi potrebbero arrischiarsi a diventare scontati, non lo sono quasi mai. Ho detto Grecia Arcaica ma vi sono anche Cambogia, Africa, Cina e “far East” (una mitologica nazione che fatica a scomparire dalle nostre visioni ideologiche del mondo). Tra i contemporanei immancabile Brancusi e giustamente pure Arturo Martini. Fra i meno contemporanei pure un Francesco Laurana dal Bargello, che forse non t’aspettavi, e in fondo forse un Tullio Lombardo sarebbe stato meglio, ma non si può avere tutto dalla vita, figuriamoci da una mostra. E se Laurana doveva essere, almeno ci sarebbe voluto il ritratto del Louvre, o quello di Palermo. Avremmo forse amato anche un pezzo medievale. O magari due.

Tutte teste o quasi, d’intende. Ché se i casi contemporanei nascono così, già monchi, quasi tutti i pezzi antichi, invece, sono frutto di una mutilazione. Ma anche questo è rilevante, perchè la nostra prospettiva di percezione di una certa statuaria (pricipalmente quella greca classica ed ellenistica) si è formata proprio con questa distorsione di fondo. La nostra fruizione e dunque il nostro gusto sono orientati verso opere d’arte già mutilate, tanto che, come ho scritto da qualche parte “in alcuni casi particolarmente celebri sembra proprio quest’assenza a connotarle, a definirne i contorni, e i rapporti armonici”. Fate un esperimento: provate a pensare alla Venere di Milo con le braccia, oppure alla Nike di Samotracia (eccola qui sopra) con testa e braccia. Apprezziamo quelle opere come sono o, meglio, quelle opere ci sono familiari così come sono, e dunque rappresentano un modello di confronto. La nostra percezione dell’antico è viziata sin dal principio da un culto del frammento e del frammentario. L’aspetto chiaro e anticarnale di queste sculture ha mitigato la nostra impressione di stare osservando non già l’opera di un macellaio o di una batteria di artiglierie (vi sono testimonianze di guerra che ricordano terribilmente da vicino simili smembramenti casuali), ma l’opera di uno scultore. In mostra, proprio alla sua apertura, c’è un caso-limite che è un’ottima testimonianza di questo fortissimo impatto iconico sulla nostra coscienza: una scultura di fine Ottocento che, imitando lo stile greco, finge però allo stesso tempo di essere un frammento, di cui si distingue la riconoscibile linea dentellata, alla base del collo. Qui in basso, uno studio di Géricault condotto dal vero su teste di condannati a morte.
addenda: al di là dei commenti ironici di poco fa, la mostra “Modigliani scultore” è come il suo titolo, secca, essenziale, va dritta al suo scopo senza troppe deviazioni; è come ogni mostra dovrebbe essere, cioè non sovrabbondante di pezzi, ma ineccepibile in quanto alla loro qualità e alla loro diposizione, spaziale e reciproca. Da vedersi.
filologia ai suoi massimi storici: il titolo del post l’ho preso da una canzone di Vinicio Capossela dedicato alla Gorgone Medusa (Medusa cha cha cha, in “Ovunque proteggi”)
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