Il collezionismo non esiste
Non troppo tempo fa mi sono recato a Bressanone per vedere Il capolovoro non esiste, piccola esposizione basata sulla collezione di sculture che Federico Zeri, alla morte, legò alla Galleria dell’Accademia di Carrara. Arricchiscono il percorso alcune opere sempre da Bergamo e una selezione di opere contemporanee, scelte da Paola Tognon. Tra queste anche Untitled (line of long life) di Félix Gonzàles-Torres (1957-1996), artista cubano ormai ben noto anche in Italia, soprattutto dopo la celebre restrospettiva postuma al Padiglione Americano della Biennale del 2007. L’opera qui esposta consiste in una pila di fogli di cartoncino (60 x60 cm), appoggiati a terra (qui sotto, un analogo esempio di una delle sue opere costituite di fogli rimuovibili).
L’opera, com’è consuetudine per l’artista, si offre al pubblico: egli ci chiede di portare via un foglio. Su ciascuno è stata impressa una piccola mano di bambino mediante uno stampo metallico. Sicché l’opera, man mano che viene asportata dal pubblico, si presta ad essere reintegrata. All’inizio si potrebbe credere ad una sorta di suicidio volontario e rituale: ho subito pensato a Quetzalcoatl che per espiare una colpa si brucia su un rogo; i cui resti poi si trasformano in uccelli che volano in cielo. Si potrebbe pensare anche ad una francescana dispersione dei beni. Tuttavia, il principio indubbiamente “magico” della quantità che non finisce, che si reintegra, avvicina piuttosto all’ambito della resurrezione (eternità come continua rigenerazione). Félix, malato di HIV, gioca tragicamente con il lento ed estenuante processo che porta alla morte: la dispersione, il disfacimento. In altre opere, come ad esempio Untitled (Public Opinion), composta di caramelle di liquerizia anch’esse offerte in dono, il riferimento eucaristico è quasi esplicito, anche nella contrapposizione coloristica tra la bianchezza del pane eucaristico e la nerezza della liquerizia (qui sotto nell’allestimento postumo di Venezia). La dispersione è l’unica via per la salvezza. Il corpo dell’opera diventa il corpo di Ross, amante dell’artista morto di HIV: l’opera si rivela come corpo messianico, sacrificio e banchetto taumaturgico (fatto a pezzi e rinato, come Dioniso, Horus, Quetzalcoatl, fatto a pezzi e offerto alle Baccanti, come Orfeo, fatto a pezzi e mangiato da tutti i Cristiani, come Cristo). Félix disse una volta che Ross era il suo vero, unico pubblico.
Nell’ultima cinquantina di anni l’arte ha cercato spesso di offrisi al suo osservatore, il che è un modo particolarmente efficace di rompere alcune tradizionali contrapposizioni, come quella osservatore-opera. Portare via una parte di opera, fuori, all’esterno, è anche spezzare il contrasto tra museo e mondo per come si è strutturata la fruizione popolare e massificata dell’opera d’arte. Tra l’altro si crea amche un cortocircuito del sistema collezionistico: il processo insito nell’opera sfugge all’individuale proprietà privata, legata a chi ha acquisito l’opera. Lo stesso in questo caso: nella didascalia era ben specificata l’appartenenza alla collezione Tullio Leggeri, corrispondente alla persona giuridica che l’ha compreta sul mercato. Ma al contempo è anche mia e delle centinaia (migliaia?) di persone che come me si sono portate via il foglio, gratuitamente. Si può dire che il possessore dell’opera originale rimane lo stesso e che noialtri deteniamo solo una porzione dell’opera? Sì e no. Si, perché questi fogli sono, materialmente parlando, solo una parte di un originale completo (la pila, la sua disposizione nello spazio). No, perché l’opera è costruita per generare se stessa, per generare altre opere complete, che anzi trovano la loro completezza proprio nel venire separate dalla loro origine e nel prendere vie differenti e sconosciute (l’originale, si sa a quale collezione appartenga, i vari fogli no). L’opera si disperde, come un virus (HIV) o come una fede. C’è indubbiamente qualcosa di iconoclasta e suicida in questa dispersione, qualcosa che ricorda il rogo di Quetzalcoatl. Per purificarsi dal male di essere borghese Francesco disperde i suoi beni, vestiti compresi. Per purificarsi dall’incesto, Quetzalcoatl si brucia su una pira, e il suo corpo si trasforma in uccelli che volano lontano. Per salvare la propria memoria, per salvare la memoria di Ross, Félix deve accettare il suo smembramento, la sua sparizione incontrollabile e infinita nel mondo.
L’artista contemporaneo risponde allo stesso bisogno di espiare una presunta colpa, quando infligge alla propria opera distruzione, (materiale e semantica), demonetazione (sottrazione al mercato), depauperizzazione (utilizzo di materiali poveri, deperibili). L’artista si pente di aver venduto a caro prezzo le porpie opere, o di averle svendute, di avere prostituito la propria anima (colpa ben peggiore della prostituzione corporale), di essere stato schiavo dei potenti. L’artista, spesso quello di formazione sinistrorsa, ma non solo, vuole produrre un’arte senza orpelli, per tutti. Utopia vecchia di un paio di secoli, e condannata come sempre al disastro. Questa generazione di artisti produrrà un’arte incredibile, fenomenale quanto ermetica al pubblico che voleva raggiungere: arte concettuale, arte povera, nouveau réalisme e via dicendo. Arte che non voleva finire nei Musei, ed ha finito per affollarli. Arte che non voleva essere commerciale e commercializzata, e che ha conseguito, recentemente, i seguenti risultati (desunti, come campione, da recenti dati di aste di Christie’s):
Mario Merz (1925- 2003), Iguana (iguana impagliata, neon, trasformatore elettrico, 220 x 16 x 10 cm.), 1971. 344,000 £, venduto a Londra, nel 2006.
Arman (1928-2005), Pompeii Concerto (violino bruciato e plexiglas, 68.5 x 29.5 x 7.5cm.), 1966. 187.200 £, venduto a Londra, nel 2006.
Joseph Beuys (1921-1986), Schlitten (multiplo di 55: slitta di legno, feltro, campane, pila elettrica, grasso, corda e olio, 34.9 x 89.8 x 40.6 cm.) 1969. 350.500 £, venduto a Londra, nel 2011.
E non poteva mancare:
Felix Gonzalez-Torres (1957-1996), “Untitled” (Blood) (perline di plastica, asta di metallo, le dimensioni variano a seconda dell’installazione) 1992. 1,656,000 $, venduto a New York nel 200: l’acquirente fu François Pinault: qui sotto nell’installazione realizzata in seguito a Punta della Dogana, Venezia.
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