Madonna gay

Grande sgomento nei benpensanti della regione per un atto esecrando: il deturpamento per mezzo di un graffito di un affresco sulla facciata del duomo di Bolzano. Sacrilego anche il testo della scritta: “gay”. Non mi pronuncerò sul portato eretico dell’atto, che temo sia nullo: non una rivoluzionaria azione luterana in un luogo come Bolzano da sempre in equilibrio tra un sud papista e cattolico e un nord protestante ed imperiale, ma un generico ed impreciso atto adolescenziale. Scrivere gay su di un dipinto rappresentate la Madonna non sarebbe dunque un’allusione alla sua mascolinità omosessuale; per dubbi in merito alla storia della santità transgender virimando alla collega Cristina. Mi convince assai poco anche l’idea di un atto iconoclasta pienamente cosciente, sia che pensiamo a quest’oggetto come reliquia di fede, sia che la vediamo come tesoro d’arte. Insomma, un pennarello rosso non ricorda certo i cannoni dei Taliban contro i Buddha afgani o le azioni dei vari scalpellatori di opere d’arte, come quello di Venezia, o, un bel po’ di anni fa, quello di Roma (era il 1972). L’azione iconoclasta, è chiaro, è un’azione che è simbolica ancor prima che fisica: e non mira a distruggere tanto un oggetto quanto un’immagine. Qualcosa di incredibilmente vicino ad un’idea, ma con una parte di apparenza fenomenica. Distruggendo un’immagine-oggetto si attacca il potere simbolico dell’avversario. L’attacco alle torri gemelle non è, infine, altro che il corrispettivo contemporaneo delle distruzioni di opere religiose nella Francia rivoluzionaria. Sul tema rimando a quanto scrisse un po’ di tempo fa Raffaele A. Ventura. L’attacco all’immagine può anche dirigersi verso la persona-immagine, nella forma dell’attentato. Ne abbiamo avuto un esempio recente, in una forma di pseudo-iconoclastia al contrario: un’incriminata statuetta rapprestante il duomo di Milano utilizzata come arma del delitto. Qui il caso si avvicina molto di più al cliché del martirio, con tutta la variabilità delle armi utilizzate per colpire il malcapitato santo, e pure per una certa attitudine auto-agiografica mostrata in più occasioni da nostro Premier. Simile, in fondo, il caso della ragazza italo-svizzera che ha tentato di toccare il Papa: e questo manifesta la sostanziale vicinanza tra l’atto religioso semi-attivo del toccare la reliquia o il santo (o la pop star) e l’atto attivo del distruggerli.

Tuttavia in questo frangente a noi l’iconoclastia non interessa. Scrivere un graffito su di un affresco non è infatti un’azione iconoclasta. Innanzitutto perché non distrugge, non nega, ma casomai aggiunge. Dice: attenzione, ci sono qui anche io. Un po’ come chi si fa fotografare vicino all’opera d’arte celebre. O, ancora una volta, vicino alla reliquia-popo star.  La nostra civiltà è in buona parte una civiltà del c’ero anche io. Un’affermazione di individualità, di arbitrio e di presenza che risale almeno al tempo in cui un uomo dipinse in una grotta il profilo della propria mano. Era circa il XXXI millennio a.C. In merito poi al graffito si fanno un sacco di confusioni terminologiche: benché si mettano assieme dipinti preistorici e dipinti fatti con lo spray, graffito indicherebbe piuttosto un graffio fatto con un attrezzo acuminato su di una superficie solida o semi-solida.Si hanno dunque graffiti in qualsiasi epoca, manifestazione-reazione dell’uomo comune ai dipinti sacri o a quelli fastosi delle dimore aristocratiche, ma anche forma di devozione. Particolarmente interessanti quelli che si trovano sulle vie di pellegrinaggio: ancora una volta si tratta di un “siamo stati qui” (in basso riporto un graffito datato 1631 di un tale Guglielmo -sic!- che così ricorda il suo passaggio nella chiesa di San Giorgio in Valpolicella).

Non soltanto scritte ma a volte disegni che sono la diretta espressione di quella che oggi chiamiamo cultura minore o popolare: al Castello del Buonconsiglio, dimora dei Principi Vescovi, si vedono divertentissimi graffiti satirici nei confronti del Vescovo stesso. Non è sempre facile rinvenire simili esempi di cultura alternativa a quella alta e ufficiale: e questo non solo per l’estrema rarità di simili testimonianze, ma pure per una certa reticenza della cultura alta odierna ad avere a che fare con forme espressive che sono spesso esplicitamente estreme, paradossali e volgari (si veda il caso della marginalità nei manoscritti medievali). Allo stesso modo si stenta a riconoscere in manifestazioni come i graffiti fatti oggidì un importante documento segnico. L’ambito dei beni culturali è oggigiorno tutto dedito da una parte all’idea utopica ed arbitraria di conservazione e dall’atra alla riconciliazione tra culture alte e culture basse. In linea di massima, dunque, qualsiasi produzione umana, e dunque ciascuna produzione culturale, materiale o immateriale che sia, è meritevole di essere conservata. Il graffito tanto quanto l’affresco che vi soggiace. Di fatto, poi, non è così perché valgono da una parte il riconoscimento di un “valore” dell’oggetto (valore? e come si stabilisce? questo non è mai indicato) e dall’atra parte l’antichità dell’oggetto stesso. Cioè vi è un variabile lasso temporale oltre il quale un oggetto diventa meritevole d’attenzione. Bizzarro. E rischioso: in questo modo è facile affermare che qualitativamente l’affresco è più rilevante del graffito e che è troppo recente per essere conservato. Quello che si fa oggi non è a volte meglio di quello che facevano i monaci medievali, i quali per preservare alcune opere classiche, consegnavano all’oblio altre. Un sistema che vuole conservare ogni cosa non solo è destinato a fallire, nel senso che si oppone inutilmente alla terza legge della termodinamica, ma rischia pure di essere un sistema distruttivo quanto se non più di altri. E’ spaventoso pensare all’opera d’arte come qualcosa di immutabile: fuori dal tempo e fuori dallo spazio, immodificabile, intoccabile. Molti ammettono che in casi simili i restari possono essere ancora più dannosi: dovremmo accettare la decadenza, gli aspetti facilmente definiti come negativi dell’esistere. Ma l’uomo soffre e si vede specchiato in questo mondo che invecchia e peggiora. Esperti del Comitato Glaciologico Italiano hanno sperimentato teli geotermici per coprire i ghiacciai e ridurne lo scioglimento. Non passeranno dieci anni che alcuni si accorgeranno che le Dolomiti si erodono per l’azione degli agenti atmosferici e si proporranno dei primi restauri di ambienti naturali. Ed io continuo a pensare, con raccapriccio, al numero esorbitante di tette al silicone che gli archeologi del futuro troveranno nelle fosse.